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[Recensione] Il sosia, di Fedor Dostoevskij



Il sosia è un romanzo scritto da Dostoevskij nel 1845, un anno dopo la pubblicazione di Povera Gente, esordio acclamato dalla critica del tempo che stroncò invece questa seconda opera verso la quale l’autore nutriva grandi aspettative che si mutarono successivamente in insoddisfazione, tanto che fu addirittura sul punto di riscriverla interamente.

La storia narra la vicenda di Jakòv Petrovic’ Goljadkin, un impiegato, un personaggio assolutamente comune dalla vita identica a quella di tanti altri burocrati della Russia ottocentesca, la cui quotidianità viene completamente sconvolta dall'ingresso in scena del suo sosia, un personaggio che con lui condivide ogni cosa, dall’aspetto fisico al nome, al posto di lavoro, alle amicizie. Presto la presenza di questo sosia, con il quale inizialmente il “nostro eroe” cerca di allearsi per sbarazzarsi di “certi suoi nemici” - che per tutto il romanzo non si capirà se sono tali solo nella mente alterata del protagonista - e ottenere la stima dei suoi superiori, si trasforma in un vero e proprio incubo quando il Goljadkin-junior, come viene denominato nel romanzo per distinguerlo dal vero Goljadkin, inizia a manovrare in modo infido per iniziare una scalata sociale che porterà Goljadkin-senior alla totale rovina.

La lettura de Il sosia è stata, nonostante le sue 250 pagine, estremamente faticosa. Come sempre Dostoevskij si dimostra un maestro nell’arte di dipingere le ossessioni dei suoi personaggi, rendendo alla perfezione - nei loro discorsi, nella gestualità, nelle espressioni - la confusione delle loro menti. Il ritmo della narrazione è gestito in modo da acuire la sensazione di smarrimento: in modo completamente disordinato si alternano brani di una lentezza esasperante a momenti di azione frenetica e di repentini cambi di umore. La confusione mentale del protagonista si rivela nel continuo mutamento delle sue opinioni e delle sue emozioni: ogni stato d’animo che esprime forza ed energia si muta nel giro di poche righe, a volte addirittura all’interno della stessa frase, nel suo esatto opposto.

Nel procedere attraverso le vicende di Goljadkin noi lettori non abbiamo mai la certezza di cosa stia davvero accadendo: Goljadkin-junior esiste veramente? Lo fa pensare il fatto che tutti i personaggi interagiscono con lui. Oppure è solo un parto della mente di Goljadkin-senior, come possono far credere le risposte evasive del servitore Petruska o gli sguardi di pietà e di derisione che spesso gli lanciano colleghi e superiori? Questo, unito alla scelta di presentare un narratore esterno che ci propone il flusso dei pensieri Goljadkin-senior alternandola al resoconto delle sue azioni e dei suoi movimenti, che spesso si contraddicono tra loro producendo un effetto grottesco, rappresenta un altro elemento che incrementa nel lettore la sensazione di disorientamento.

Insomma, affrontare questo romanzo è stato per me tanto faticoso quanto per il protagonista tentare di liberarsi del suo sosia: una paranoia stressante che ti perseguita continuamente, anche lontano dalla lettura. E cosa si fa quando un libro ti fa provare le stesse emozioni, seppur di ansia e fastidio, e nella stessa intensità di quelle provate dal protagonista? Gli si danno cinque stelle come minimo.

Mancava poco alle otto del mattino allorché il consigliere titolare Jakòv Petrovic Goljadkin si svegliò da un lungo sonno, fece uno sbadiglio, si stiracchiò e aprì finalmente del tutto gli occhi. Per due minuti, però, rimase a giacere immobile nel suo letto come un uomo non completamente sicuro se sia sveglio o se ancora dorma e se tutto ciò che accade intorno a lui sia realtà o non piuttosto la continuazione di un fantastico sognare. Ma ben presto i sensi del signor Goljadkin ripresero ad accogliere, più chiare e più precise, le consuete, abituali impressioni.
(incipit)
Voto: 9.5/10

♥ Questo libro fa per voi se... volete approfondire il tema del doppio in letteratura con un romanzo difficile ma imprescindibile.

[Mini-recensione] Povera gente, di Fedor Dostoevskij


In questo romanzo d'esordio del giovane Dostoevskij emerge immediatamente il talento che caratterizzerà tutte le sue opere successive: la capacità di trasferire su carta l'animo degli uomini attraverso i suoi personaggi. Il romanzo è scritto sotto forma di uno scambio epistolare tra i due protagonisti, una povera orfana malaticcia e sventurata e un suo lontano cugino, di estrazione umile e forse innamorato di lei (non uso i nomi perché non ho davanti il romanzo e non ricordo come si scrivono); i due vivono in un contesto di povertà e attraverso le loro lettere conosciamo da vicino le drammatiche storie di alcuni loro conoscenti. Ho trovato i personaggi estremamente realistici nei loro pregi e difetti e soprattutto mi hanno commosso alcuni episodi narrati nelle lettere. Anche il finale mi è piaciuto molto: triste ma allo stesso tempo con una lievissima speranza di miglioramento, almeno materiale.
Voto: 8/10

♥ Questo libro fa per voi se... amate il buon vecchio Fedor e desiderate leggere tutta la sua produzione, l'esordio non può mancare...

Le notti bianche

(Белые ночи)
di Fedor Dostoevskij

Formato: Ebook, 89 pagine
Editore: Garzanti, 2014
Genere: Racconto, classici
Data prima pubblicazione: 1848
Lettura n.: 05/2016
Preso da: Kobo store


Voto: 10/10


Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? Anche questa è una domanda da giovani, amabile lettore, molto da giovani, ma voglia il Signore mandarvela il più sovente possibile nell’anima! … Parlando d’ogni sorta di signori capricciosi e collerici, non ho potuto fare a meno di rammentare anche la mia saggia condotta in tutta quella giornata.
(incipit)


✎ Il mio parere
Un piccolo capolavoro con la capacità di commuovere come solo i grandi romanzi riescono a fare. Di solito non amo i racconti perché sono troppo brevi per permettermi entrare davvero in empatia con i personaggi ma in questo racconto i sentimenti dei protagonisti sono così intensi e l'immedesimazione così facile che avrei voluto durasse per sempre.

Il protagonista è un sognatore che vive una vita a sé, separata e diversa da quelle di tutti gli altri: la sua intera esistenza si svolge attorno alle sue fantasticherie, non trovando nella realtà nulla che lo appassioni come quei suoi sogni, al cui confronto la vita di ogni giorno è spenta e grigia. Questa sua condizione lo porta però ad essere irrimediabilmente solo e l'angoscia di questa solitudine, che traspare dal monologo del sognatore nella "seconda notte", è qualcosa di struggente. L'incontro con Nasten'ka diventa quindi per il sognatore un evento straordinario ciò che lo illude di poter uscire dalla sua solitudine, e l'amicizia che instaura con lei il suo unico pensiero: anche Nasten'ka è una sognatrice e insieme i due vivono quattro frenetiche notti che si concluderanno, per il nostro sognatore con un brusco ritorno alla realtà, per me con una stretta al cuore.

Se vi interessa approfondire i temi del racconto vi lascio il link al sito Kasparhauser.net dove potete trovare un articolo davvero interessante e ben scritto; a breve pubblicherò il post relativo alla trasposizione teatrale di quest'opera che ho visto al Teatro Out-Off a Milano e nel quale parlerò più nel dettaglio sia del racconto che della trasposizione.


♥ Questo libro fa per voi se... volete avvicinarvi a Dostoevskij ma vi spaventano i mega-romanzi o se volete volete leggere un'opera che sia in grado di farvi vibrare cuore e anima con due soli personaggi e meno di cento pagine.


Periodo di lettura: 26 - 29 gennaio 2016
Ambientazione: Pietroburgo/Russia
Opere derivate: "Le notti bianche" di Luchino Visconti - "Quattro notti di un sognatore" di Robert Bresson - numerose trasposizioni teatrali
Sfide: sfida dei classici
  

Recensione: "Delitto e castigo"

(Преступление и наказание)
di Fëdor Dostoevskij

Formato: Paperback, 600 pagine
Editore: Feltrinelli, 2013
Genere: Classici, romanzo psicologico
Data prima pubblicazione: 1866
Lettura n.: 29/2015
Preso da: Libreria


Voto: 9.5/10

Al principio di luglio, con tempo caldissimo, verso sera, un giovane scese dalla sua stanzuccia, che aveva in subaffitto nel vicolo di S., sulla strada e lentamente, come irresoluto, si diresse verso il ponte di K.
incipit
Commento
Finalmente l'ho fatto! Finalmente ho letto uno dei romanzi che più mi spaventavano e allo stesso tempo incuriosivano della letteratura mondiale e che si è rivelato senza dubbio un libro non facile ma incredibilmente affascinante.

Fulcro del romanzo è l'analisi psicologica di un uomo che progetta e compie un delitto e di ciò che accade nella sua mente nel periodo successivo all'esecuzione del crimine. Le prime duecento pagine sono incredibilmente scorrevoli e addirittura con episodi ricchi di suspance (non me lo sarei mai aspettato); successivamente il ritmo cala molto ma questo è degnamente compensato dal tempo che Dostoevskij ci permette di ritagliarci in compagnia di tutti i personaggi che popolano il romanzo e che meritano tutta l'attenzione che l'autore dà loro.

Ciò che più mi ha lasciato stupefatta è stato rendermi conto che più volte durante la lettura mi sono trovata ad essere dalla parte di Raskolnikov, il protagonista, fino addirittura a sperare che la facesse franca e temendo come lui che prima o poi riuscissero ad incastrarlo o che lui cedesse alla troppa tensione rivelando tutto: perché ciò che viene trasmesso in maniera eccezionale è l'angoscia e la totale confusione di Raskolnikov che si sente continuamente osservato, spiato, accusato quando spesso tutto ciò è frutto esclusivamente della sua immaginazione e di quella che mia mamma chiamerebbe "la coscienza sporca". Questo avviene perché fondamentalmente Raskolnikov è una persona normale, in tutto e per tutto. E questo è l'aspetto che crea in assoluto più sconcerto nel lettore, o per lo meno lo ha creato in me: Raskolnikov è un uomo qualunque. Non un pazzo, un maniaco, un delinquente, uno che "me lo sarei aspettato". La semi-follia viene dopo, quando ciò che ha fatto lo sovrasta e domina completamente la sua mente, ma anche in questo caso lui non è pazzo, è solo incapace di governare l'angoscia di essere individuato.

Gli altri personaggi meriterebbero davvero un libro solo per loro: pur essendo secondari nel loro ruolo non lo sono affatto nello spessore e nell'importanza che ricoprono all'interno del romanzo. Sofia e Razumichin sono senza dubbio i miei preferiti ma anche quelli più negativi come Katerina Ivanovna Marmeladova o Svidrigailov riescono ad essere così umani e così veri da meritare l'affetto del lettore, che non può fare a meno di amarli.

L'ambientazione è meravigliosa: Pietroburgo è descritta in maniera talmente dettagliata che sembra davvero di essere catapultati tra le sue strade e la sua gente. Avendo già letto libri ambientati in questa città è stato piacevole incontrare di nuovo i nomi di luoghi che già mi avevano accompagnato in "Anna Karenina" o "I racconti di Pietroburgo" e che mi sembravano quindi conosciuti, come se sapessi esattamente di cosa si stesse parlando. E' stata una bella sensazione, e mi ha messo addosso un forte desidero di visitare dal vivo questa città così viva e piena di storia.

Detto tutto ciò qualcuno forse si chiederà come mai ho dato 9.5 invece di 10 a questo romanzo. Il motivo è molto semplice ed è tutta colpa di due libri che purtroppo sono la mia rovina, ovvero Anna Karenina e Il deserto dei tartari che hanno ormai dettato le regole che definiscono il mio libro "da dieci". Quindi adesso sono condannata per l'eternità ad un costante paragone di tutti i romanzi che leggo con questi due pezzi della mia anima, il che significa che tutto ciò che non riproduce le stesse identiche emozioni deve per forza di cose ricevere anche solo mezzo punto in meno.


Lettura: 06 aprile 2015 - 23 aprile 2015
Ambientazione: San Pietroburgo/Russia

Cuore di tenebra

(Heart of Darkness)
di Joseph Conrad

Formato: Paperback, 294 pagine
Editore: Einaudi, 2005
Genere: Classico
Data prima pubblicazione: 1899
Lettura n.: 25/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 6/10


Il Nellie, piccolo yacht da crociera, girò sull'ancora senza un fluttuar delle vele, e s'arrestò. La marea era alta, quasi del tutto cessato il vento, e poiché si scendeva, in favor di corrente, verso la foce, altro non rimaneva che fermarci e attendere il riflusso.
L'ultimo tratto del Tamigi che conduce al mare si stendeva innanzi a noi, come il principio di una sterminata via acquea. Laggiù al largo il mare e il cielo si saldavano insieme senza giuntura, e nello spazio luminoso le vele color di ruggine delle barche che salivano alla deriva portate dal flusso parevan ferme in rossi grappoli di tela foggiata a punte aguzze, tra un balenio di aste verniciate.
incipit
Commento
Per la prima volta nella mia vita sono rimasta delusa da un classico. Forse non sapevo esattamente cosa mi aspettasse e credevo di trovarmi di fronte ad un romanzo più di avventura e meno criptico, ma sono emersa dalla lettura con la sensazione che del romanzo non mi fosse rimasto nulla: come se non l'avessi letto.

Non sono così presuntuosa da dire che questo libro sia brutto, perché non è così e sono cosciente di essere io quella "sbagliata" nel rapporto con questo romanzo perché non ero pronta e non sono riuscita a scavare abbastanza a fondo per cogliere il vero significato di ciò che stavo leggendo, al di là della trama.

Partiamo dai personaggi: il protagonista è un capitano che viene assegnato ad un battello che si trova in avaria e in fase di riparazione. La sua "missione" è quella di recuperare un personaggio di cui tutti parlano, Kurz, che sembra trovarsi in fin di vita nel cuore delle foreste del Congo. Detto così sembra l'avventura che pensavo di trovare, in realtà nel romanzo non accade nulla: ci sono tanti ragionamenti sull'Africa e sull'influsso che questa ha sui colonizzatori europei, ci sono tanti discorsi a proposito delle opinioni di Kurz di cui non ho assolutamente capito il ruolo (a volte viene descritto come uno sfruttatore invasato, altre è invece visto con ammirazione e adorazione) ma poi basta. Non c'è l'Africa in questo romanzo, sembra quasi che il protagonista sia in un set cinematografico che ricostruisce l'Africa ma non la riesce davvero a riprodurre. Il romanzo è interamente visto dal punto di vista dei colonizzatori, ma non nel senso che vuole giustificare il colonialismo, ma semplicemente che vede tutto con l'occhio dell'europeo, senza minimamente cercare di immedesimarsi con il luogo in cui si trova. Tutto questo da un certo punto di vista è anche interessante: è una testimonianza di come un europeo potesse percepire quel mondo così diverso e selvaggio; dall'altra parte è però poco accattivante, almeno per me. Paradossalmente credo che potrei preferire un Robinson Crusoe, razzista, che per lo meno si accorge che c'è qualcuno di diverso da lui, piuttosto che questo totale disinteresse per il popolo africano da parte di Marlow.

L'ambientazione è particolarmente suggestiva: la foresta, il fiume, gli immensi silenzi, questo senso di follia che pervade tutto il romanzo e che sembra sempre pronta ad agguantare con i suoi artigli i colonizzatori europei. Tutto comunica un senso di selvaggio e di primordiale, come se addentrandosi nelle profondità della foresta Marlow si inoltrasse sempre più in profondità nei primordi dell'umanità, fatti di istinti bestiali e di voracità senza limiti, tale a quella che prende i colonizzatori, Kurz per primo, che divorano avidamente le risorse di questo continente ricco di tesori.

Ho senza dubbio intenzione di rileggere "Cuore di tenebra" tra un po' di tempo, possibilmente facendo precedere la rilettura del romanzo da quella dell'introduzione, che questa volta avevo saltato e che invece probabilmente fornisce la chiave per interpretare l'opera. Il fatto poi che io possa capirla guidata da qualcuno che ne capisce più di me non cancella il fatto che questo libro, a differenza di tutti i grandi capolavori della letteratura che ho letto finora, non ha avuto per me alcun valore "emozionale", quindi dubito fortemente che potrò rivalutare più di tanto la mia opinione; in ogni caso voglio provarci.


Lettura: 16 marzo 2015 - 22 marzo 2015
Ambientazione: Congo, Inghilterra, Londra

Gala Cox. Il mistero dei viaggi nel tempo

di Raffaella Fenoglio

Formato: Hardcover, 496 pagine
Editore: Fanucci, 2014
Genere: Romanzo, Fantascienza
Lettura n.: 22/2015
Preso da: Regalo
Inizio lettura: 21 febbraio 2015
Fine lettura: 25 febbraio 2015
Ambientazione: Londra/Inghilterra, Italia
Pubblicato: 2014
Links: aNobii, Goodreads

Voto: 6.5/10

Lanciai il libro di Storia nell’armadio. Cadde dal ripiano e s’infilò nello scatolone dei vecchi libri appoggiato sul fondo. Quella scatola era lì da mesi. Non ci avevo più fatto caso. Mi chinai per recuperarlo e scorsi il verde pallido del diario dell’anno precedente. Il cuore mi si fermò per un attimo. Lo avevo comprato quando amavo la scuola. Era l’estate di due anni prima.
incipit
Commento
Gala Cox. Il mistero dei viaggi nel tempo è un romanzo YA che racconta la storia di Gala Cox Glaucestershire, una ragazza di quindici anni che vive in una famiglia a dir poco particolare: sua madre Orietta è una medium che vive circondata dai fantasmi da lei evocati, mentre suo padre Sam uno scienziato. Le sue giornate trascorrono tra il liceo artistico in cui studia e la sua casa affollata di spiriti che contano tra le loro fila "presenze" stabili come l'indiano Matunaaga e la monaca Ildegarda di Bingen. Quando improvvisamente suo padre sparisce nel nulla, Gala scopre la possibilità di accedere al passato e viene catapultata nella Londra del 1800 dove dovrà aiutare una vecchia amica e scoprire dove sia finito suo padre, minacciata anche dal pericolo rappresentato da un misterioso e feroce assassino che si aggira di notte per le strade della città.

Innanzitutto ringrazio moltissimo l'autrice per avermi inviato il suo romanzo: non mi capita spesso di recensire libri ricevuti da case editrici e autori, anche perché io per prima non vado a cercare questo genere di collaborazioni, ma quando capita spontaneamente sono sempre estremamente contenta di accettare. Voglio quindi cercare di essere il più possibile dettagliata nel motivare tutte le mie impressioni, sia positive che negative.

La storia narrata nel romanzo è davvero originale e appassionante; talmente appassionante che ho divorato in quattro giorni un volume di quasi 500 pagine scritte con un carattere nemmeno troppo grande. La fantasia e la creatività dell’autrice sono davvero notevoli e accadono talmente tanti eventi che annoiarsi è impossibile. In più, ogni capitolo è ricco di spunti affascinanti tra personaggi, creature ed eventi soprannaturali, riferimenti letterari ed elementi storici. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che, per solo libro, credo sia stata messa un po' troppa carne al fuoco, il che non ha permesso di approfondire molte tematiche come invece avrebbero meritato. Durante la lettura si sono infatti alternati momenti di entusiasmo alle stelle a fasi calanti: vi sono episodi davvero ben strutturati (mi riferisco in particolare alle parti legate alle indagini sulla scomparsa del padre di Gala e sul misterioso e cattivissimo Black Coat, un personaggio inquietante, un misto tra Jack lo Squartatore e Mr Hyde) che si trovano ad essere incorniciati all'interno di un contesto non pienamente sviluppato a dispetto delle immense opportunità offerte dalla "formula" del viaggio nel tempo: la Londra vittoriana che fa da sfondo a buona parte del romanzo è solo accennata nelle sue caratteristiche più generali e di semplice reperibilità (i vestiti, le carrozze, il freddo), mentre credo che il bello di una storia ambientata nel passato sia proprio la possibilità di ricostruire nei dettagli un'epoca storica e mostrarla attraverso gli occhi di un personaggio proveniente da un periodo totalmente diverso.

Ciò di cui ho sentito maggiormente la mancanza nel romanzo è proprio l'attenzione al dettaglio: il meccanismo del viaggio nel tempo (e del "ripescaggio"), il mondo degli usqued, la Londra dell'ottocento, la vicenda familiare di Gala e la vecchia scuola da lei frequentata, la vicenda di Nadia sono tutti ingredienti molto interessanti che però sono stati introdotti senza essere approfonditi. Le ultime pagine poi lanciano un super colpo di scena che secondo me si è sprecato e non ha ricevuto la giusta evidenza essendo un po'"buttato lì" come conclusione dei mille altri eventi che si erano succeduti.

I personaggi mi sono piaciuti molto nella loro strutturazione generale. Anche in questo caso torna il difetto della mancanza di spazio lasciato ad alcuni, ma mi è piaciuta la loro caratterizzazione e il fatto che "parlino da sé", ovvero si mostrino attraverso le loro azioni e i loro comportamenti (odio quando il carattere e la personalità dei personaggi viene solo descritto a parole e non mostrato). Ho apprezzato molto anche il tentativo di caratterizzare alcuni di loro tramite il modo di parlare, aspetto che per alcuni si è rivelato vincente, mentre per altri purtroppo no: la decisione di riportare graficamente la caratteristica di Dennis di allungare le parole ripetendo più volte le vocali è stata infelice e abbastanza fastidiosa. Avrei apprezzato molto di più se questa sua caratteristica fosse stata descritta a parole. Al contrario, il particolare modo di parlare di Matunaaga è stato reso in modo molto più efficace. Al di là di queste scelte comunque lo stile di scrittura è molto scorrevole e nel complesso abbastanza curato (ogni tanto ci sono un po' troppe espressioni colloquiali, tipo "un cavolo" e "un tubo" al posto di nulla o niente, ma per il resto non mi è dispiaciuto).

Spero in questo mio commento di non essere sembrata insoddisfatta della lettura; è vero, ogni tanto ho incontrato dei passaggi o delle espressioni che mi hanno fatto calare un po' l'entusiasmo per poi però essere di nuovo catturata nella frenesia delle avventure di Gala e dei suoi amici (e nemici). Mi rendo anche conto che senza dubbio i miei commenti sono frutto di un certo tipo di "esigenze" che ho sviluppato nei confronti dei libri che leggo: dopo aver letto Timeline di Michael Chricton, ad esempio, non posso non farne un termine di paragone quando si parla di romanzi sui viaggi nel tempo. Per restare nella narrativa per ragazzi, l'ultimo romanzo scritto da un'autrice contemporanea ma ambientato nel passato che ho letto è stato L'indimenticabile estate di Abilene Tucker di Claire Vanderpool, in cui la ricostruzione storica (primi del '900) è talmente accurata che mi sono resa conto solo a metà libro che si trattava di un'opera pubblicata nel 2014. Senza citare l'immancabile Harry Potter, che ritengo essere il più recente esempio di cosa significhi "costruire un mondo".

In conclusione posso comunque affermare di essere estremamente curiosa di leggere il prossimo episodio delle avventure di Gala sperando che anche questo mio parere possa essere utile all'autrice come incoraggiamento per proseguire questa affascinante storia.

Persuasione

(Persuasion)
di Jane Austen

Formato: Ebook, 347 pagine
Editore: Newton Compton, 2011
Genere: Romanzo, Narrativa generale
Lettura n.: 21/2015
Preso da: Web
Inizio lettura: 16 febbraio 2015
Fine lettura: 21 febbraio 2015
Ambientazione: Bath/Somerset/England, Lyme Regis/Dorset/England
Pubblicato: 1818
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 10/10

Sir Walter Elliot, di Kellynch Hall nel Somersetshire, era un uomo che per passare il tempo mai apriva altro libro che non fosse il Baronetage; vi trovava occupazione per un’ora d’ozio, consolazione per una di dolore; la sua mente fremeva d’ammirazione e di rispetto, contemplando l’esiguo numero dei membri superstiti delle più antiche baronie, e ogni spiacevole sensazione causata da questioni domestiche naturalmente si mutava in compassione e disprezzo mentre voltava le pagine in cui erano annotate le quasi infinite nomine del secolo precedente; e qui, anche se ogni altro foglio fosse stato privo del benché minimo interesse, qui egli poteva leggere, con un interesse che mai diminuiva, la storia della sua vita; era questa la pagina alla quale il suo libro preferito veniva sempre aperto:

ELLIOT DI KELLYNCH HALL
Walter Elliot, nato il 1 marzo 1760, sposato il 15 luglio 1784 con Elizabeth, figlia di James Stevenson, Esq. di South Park nella contea di Gloucester, la quale signora, morta nel 1800, diede alla luce Elizabeth, il 1 giugno 1785; Anne il 9 agosto 1787; un figlio maschio nato morto, il 5 novembre 1789 e Mary, il 20 novembre 1791.
incipit
Commento
Che soddisfazione immensa mi ha dato la lettura di questo romanzo!! Avevo davvero bisogno di leggere qualcosa che mi lasciasse una sensazione di totale pienezza dopo le letture carine ma non certo memorabili degli ultimi giorni. Persuasione mi ha regalato personaggi dinamici e interessanti, tante emozioni, amore, romanticherie e soprattutto l'immancabile finale "alla Jane Austen" ovvero in cui ogni personaggio ottiene ciò che merita. Sentivo davvero bisogno di un lieto fine come si deve e zia Jane me l'ha servito come solo lei sa fare.

La storia di Persuasione mi ha ricordato moltissimo Orgoglio e Pregiudizio: ho ritrovato tematiche molto simili (i danni dell'orgoglio e il pericolo di affidarsi alle prime impressioni) e ho provato le stesse emozioni dal profondo del cuore. Anzi, ho trovato in Anne un personaggio molto più simile a me di quanto non fosse Elizabeth Bennet per quanto riguarda il carattere, il modo di pensare e "le inclinazioni", come le chiamerebbe lei. Certo, P&P rimane sempre il mio romanzo austeniano preferito, però Persuasione ha degnamente occupato la seconda posizione.
Era stata costretta ad essere prudente da giovinetta, ma crescendo aveva imparato ad essere romantica: naturale conseguenza di un inizio innaturale.

La carezza leggera delle primule

di Patrizia Emilitri

Formato: Hardcover, 258 pagine
Editore: Sperling & Kupfer, 2014
Genere: Romanzo, Narrativa generale
Lettura n.: 20/2015
Preso da: Biblioteca
Inizio lettura: 12 febbraio 2015
Fine lettura: 16 febbraio 2015
Ambientazione: Lombardia/Toscana/Liguria/Italia
Pubblicato: 2014
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 7/10
La casa di riposo è in festa un'altra volta. E' trascorso poco più di un mese da quando giochi pirotecnici e palloncini colorati hanno salutato a nascita del nuovo millennio, mentre cartelli con la scritta 2000 campeggiavano sulle porte delle stanze. Come se ci fosse da festeggiare per un secolo che quasi nessuno vedrà concludersi, tanto meno gli ospiti di Villa Maria.
incipit
Commento
Non so bene da dove partire per parlare di questo libro: ho tante idee in testa ma tutte piuttosto in contraddizione tra loro. Cercherò di procedere passo per passo così da riordinarle almeno un pò.

Il libro mi è piaciuto: mi ha particolarmente colpito l'abilità di scrittura dell'autrice, che ritengo abbia davvero talento, e sono rimasta stupita e incantata soprattutto di fronte al modo in cui parla della morte che viene raccontata con una delicatezza ed una profondità emozionante.
La storia è intrigante e, come sempre mi accade quando trovo questa tipologia di narrazione, ho apprezzato moltissimo l'alternarsi di passato e presente che ci porta a vedere la vicenda prima con gli occhi della sua protagonista e successivamente a "reinterpretarla" con quelli di Claudia, che vive nel nostro tempo. Anche l’ambientazione della storia di Clorinda, in viaggio tra terre che conosco bene (la Liguria e la Lombardia) e i personaggi da lei incontrati durante tutta la sua vita sono stati due elementi che mi hanno particolarmente appassionata: mi è piaciuto molto seguire le sue vicende come domestica o assistente nelle case dei nobili (i personaggi alla Jane Eyre hanno sempre un fascino su di me) e accompagnarla nelle diverse fasi della sua esistenza.

In tutto questo c'è un "ma" che mi ha lasciato delle perplessità durante tutta la lettura e che riguarda principalmente le due protagoniste. Clorinda è un personaggio affascinante che però credo non sia stato sfruttato in tutte le sue potenzialità, soprattutto per quanto riguarda il suo punto di forza: l'ambiguità. La caratteristica più affascinante dei personaggi ambigui è che spesso sono tormentati: mi viene da pensare ad esempio al Roland di Stephen King, di cui sto leggendo le avventure in questi mesi o, in modo molto meno estremo ma altrettanto valido, ad un Mr. Darcy, incomprensibile nei suoi atteggiamenti per quasi tutto il romanzo. Il bello, e il difficile, dei personaggi ambigui è proprio il mistero che li circonda anche quando sono i protagonisti assoluti (vedi Roland): noi vediamo la storia con i loro occhi eppure ci manca sempre la chiave per comprenderli davvero, almeno finchè non chiudiamo l'ultima pagina (e anche a quel punto non è sempre detto che si siano completamente aperti al nostro sguardo). Clorinda sembra quasi intoccabile, tutto le scivola addosso e pare non lasciare traccia su di lei. Potrebbe sembrare una donna cattiva: non ha praticamente mai rimorsi di coscienza per ciò che ha fatto agli altri e cerca solo di salvare sé stessa. In realtà allo stesso tempo viene quasi giustificata per aver avuto una vita difficile e non è presentata come un personaggio davvero negativo. In realtà, nonostante quello che viene spesso ripetuto nel libro, a conti fatti la sua vita non è stata proprio così sfortunata. Ha fatto delle scelte che, dal punto di vista della trama, non mi sono sembrate per niente obbligate (l’autrice non le ha chiuso attorno tutte le possibilità, facendola trovare costretta a seguire un certo percorso: avrebbe sempre avuto un’alternativa ma ha sempre preso la strada più tragica senza una vera e propria necessità) e compiuto azioni estreme quando avrebbe potuto trovare una soluzione molto meno drammatica: insomma, il suo percorso verso la “dannazione” mi è sembrato spesso forzato e non giustificato dalla situazione.

Per quanto riguarda Claudia, è stata un pò una delusione nel finale perchè per tutto il romanzo l'ho trovata molto verosimile - le sue reazioni a ciò che le accade, inclusa la lettura del manoscritto, sono le stesse che ho avuto io leggendo e sono molto realistiche - mentre al termine si rimbambisce totalmente e diventa la classica protagonista che, per permettere alla trama di realizzarsi, non capisce le cose più ovvie (e che invece il lettore ha ovviamente intuito pagine prima). Anche la parte magica, che avevo trovato ben bilanciata per tutto il romanzo, nel finale viene lasciata andare un pò troppo "a briglia sciolta" e credo si esageri un pochino.

Ecco, sono partita bene e sono finita a muovere un sacco di critiche: in realtà resto convinta del fatto che il romanzo mi sia piaciuto e che l'autrice abbia dimostrato di saperci fare. Anzi, è proprio il fatto che il libro sia solido come struttura di base che mi ha portato ad individuare subito gli aspetti che ho trovato più deboli rispetto al resto. Spero proprio di poter leggere presto qualcos'altro di questa autrice.
La bellezza della giovinezza passa così in fretta che solo lo specchio ne mantiene il ricordo, ma la bellezza dell'anima, quella resta per sempre, fino all'ultimo giorno, all'estremo istante, ed è l'ultima ad andarsene. Resta sospesa sul capo della persona che muore e su coloro che l'hanno amata. La senti, ne percepisci il calore, il profumo, come un ultimo abbraccio, e una sua parte rimane in te per sempre.

Racconti di Pietroburgo

(Петербургские повести)
di Nikolai Gogol

Formato: Paperback, 316 pagine
Editore: Einaudi, 2006
Genere: Romanzo, Classico
Lettura n.: 18/2015
Preso da: Biblioteca
Inizio lettura: 04 febbraio 2015
Fine lettura: 10 febbraio 2015
Ambientazione: Pietroburgo/Russia
Pubblicato: 1843
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 8.5/10


Il 25 marzo a Pietroburgo accadde un avvenimento molto strano. Il barbiere Ivàn Jakovlèviè, abitante sulla Prospettiva Voznesènskij (il suo cognome è andato perduto e nient'altro risulta dalla sua insegna, dov'è raffigurato un signore con una guancia insaponata e c'è la scritta: «Si cava anche sangue»), il barbiere Ivàn Jakovlèviè dunque si svegliò abbastanza presto e sentì odore di panini caldi. Sollevandosi un poco sul letto, vide che sua moglie, una signora abbastanza rispettabile cui piaceva molto bere caffè, sfornava dei panini appena cotti.
incipit racconto "Il naso"
Commento
Non ho proprio alcuna voglia di scrivere questa recensione: i racconti non mi stimolano; quelli raccolti in questo libro mi sono piaciuti davvero molto ma odio l'idea di doverli commentare perché faccio fatica a trovare le parole giuste. Purtroppo ho un serio problema con questa forma narrativa perché mi concede troppo poco tempo per riuscire ad immedesimarmi come si deve: ne vedo la perfezione stilistica ma difficilmente riescono davvero a coinvolgermi.

Il primo racconto, Il naso, è davvero surreale e mi è piaciuto proprio perché non me lo sarei mai aspettato da un autore russo, dei quali ho sempre l'immagine di persone molto serie che scrivono cose serie. ^_^ So che è un giudizio molto scemo ma cosa posso farci??
Stupendo anche Il ritratto che mi ha trasmesso una fortissima angoscia. Tra i tre più famosi ho trovato un po' meno bello Il cappotto, anche se questo mi ha emozionato principalmente per la profonda tenerezza che ho provato nei confronti del protagonista.

Gli altri racconti contenuti nel libro suscitano meno emozioni dei precedenti già citati, i quali meritano tutta la loro fama, ma sono comunque estremamente scorrevoli, coinvolgenti e interessanti per come mostrano la società pietroburghese dell'epoca. E' stato forse il libro che finora di mi ha fatto fare il "viaggio da poltrona" meglio organizzato! ^_^

Tempi difficili

(Hard Times)
di Charles Dickens

Formato: Paperback, 381 pagine
Editore: Einaudi, 2014
Genere: Romanzo, Classico
Lettura n.: 01/2015
Preso da: Negozio
Inizio lettura: 01 gennaio 2015
Fine lettura: 09 gennaio 2015
Ambientazione: Cocktown, Inghilterra (Regno Unito), 1800
Pubblicato: 1854
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 10/10
- Ora, quel che voglio sono Fatti. Solo Fatti dovete insegnare a questi ragazzi. Nella vita non c'è bisogno che di Fatti. Piantate Fatti e sradicate tutto il resto. La mente d'un animale che ragiona si può plasmare solo coi Fatti; null'altro gli sarà mai di alcuna utilità. Con questo principio educo i miei figli e con lo stesso principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, Signore!
incipit
Commento
Se davvero "il buon giorno si vede dal mattino" allora dovrei avere un 2015 libresco sfavillante, perché il primo libro dell'anno è stato davvero una lettura meravigliosa nonostante debba ammettere che se avessi dovuto scegliere io un romanzo di Dickens non avrei probabilmente letto questo... e mi sarei persa un capolavoro.

La storia, che si svolge a Cocktown, un'immaginaria città industriale dell'Inghilterra ottocentesca, piena di fabbriche, fumo, rumore e inquinamento, intreccia le vite di molti personaggi diversi. Appartenenti alla classe dei ricchi ci sono Thomas Gradgrind, fondatore della scuola di Cocktown e del sistema educativo della città basato sui fatti e sull'abolizione di ogni tipo di fantasia o immaginazione, sua moglie, i suoi figli (Louisa, Thomas e altri tre tra i quali nel romanzo compare solo Jane), Josiah Bounderby, "amico" del signor Gradgrind e proprietario di una fabbrica e banchiere, la sua "governante" la signora Sparsit, di nobili origini ma caduta in disgrazia e James Harthouse, un ricco fannullone annoiato e senza scopo nella vita. Tra gli operai e i poveri troviamo invece Sissy, figlia di un domatore di cavalli del circo che viene abbandonata dal padre e accolta nella famiglia di Thomas Gradgrind, Stephen Blackpole, un operaio onesto e lavoratore e Rachael, la donna che ama ma che non può sposare essendo già ammogliato con una povera donna, ubriaca e sporca, che ogni tanto gli ripiomba in casa per farsi aiutare.

I personaggi appartenenti alla prima categoria riescono quasi tutti ad essere sorprendentemente arroganti, egoisti ed egocentrici: non ho mai trovato tanti individui insopportabili radunati in un unico romanzo. Alcuni riescono, nel corso degli eventi, a riabilitarsi un po' agli occhi del lettore, dimostrando per lo meno di aver agito in buona fede, mentre altri vengono letteralmente massacrati. Il romanzo è infatti interamente pervaso da una vena ironica che sottolinea l'insensatezza della "filosofia dei fatti" e la ridicolaggine del comportamento dei vari personaggi: colui contro cui Dickens si accanisce maggiormente è senza dubbio Bounderby, che viene fatto oggetto di commenti derisori da parte dall'autore ad ogni occasione. Bounderby dopotutto rappresenta ciò contro cui Dickens si scagliava con maggior ferocia, ovvero gli industriali sfruttatori del lavoro altrui, quindi è bastonato da tutti i fronti senza che mai in tutto il romanzo gli venga data la possibilità di accattivarsi la simpatia dei lettori.

Altra figura particolarmente insopportabile è la signora Sparsit, una zitellaccia pettegola e invidiosa che fa di tutto per distruggere l'immagine della povera Louisa la quale rimane forse l'unico personaggio che non può essere biasimato per i propri comportamenti ed è decisamente vittima senza essere contemporaneamente colpevole; infatti alla base della storia vi è un meccanismo, parafrasato anche dai nomi delle tre parti in cui si divide il romanzo, secondo il quale ciò che raccoglieremo come "frutto" delle nostre azioni dipenderà da ciò che abbiamo seminato. Questo non vuol dire che Dickens faccia fare una brutta fine a tutti personaggi che hanno seminato male e conceda il lieto fine a tutti coloro che hanno seminato bene: sarebbe stato troppo moraleggiante e anche decisamente falso. Ciò che accade al termine del romanzo (e che naturalmente non rivelerò) è la pura e semplice conseguenza di tutto ciò che è accaduto precedentemente, nel bene e nel male.
Era una città di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero consentito. Stando così le cose era invece una città di un rosso e nero innaturale, come la faccia dipinta di un selvaggio; una città piena di macchinari e alte ciminiere dalle quali uscivano senza tregua interminabili serpenti di fumo, che si snodavano nell'aria senza mai sciogliere le loro spire. C'era un canale di acque nere e un fiume reso violaceo da tinture maleodoranti e vasti agglomerati di edifici pieni di finestre scossi per tutto il giorno da un frastuono e un tremito incessanti, dove gli stantuffi delle macchine a vapore si alzavano e si abbassavano monotoni come teste di elefanti in preda a una malinconica follia. C'erano perecchie grandi strade, tutte uguali, un gran numero di viuzze ancora più uguali, abitate da persone anch'esse uguali che entravano e uscivano alla stessa ora, con il medesimo scalpiccio sul medesimo selciato, per recarsi a svolgere il medesimo lavoro e per le quali oggi era identico a ieri e a domani e ogni anno la replica di quello passato e di quello a venire
Charles Dickens
Louisa non si mosse neppure dopo che lui se ne fu andato e fu tornato il silenzio. Era come se tentasse di scoprire, dapprima nel fuoco del caminetto, e poi nella bruma rossastra che accendeva l'orizzonte, quale trama stesse tessendo il vecchio tempo, il più grande e il più antico dei filatori, con i medesimi fili che aveva già utilizzato per dar forma a una donna. Ma la fabbrica del tempo è un luogo segreto, la sua opera è silenziosa e i suoi operai non hanno il dono della parola.
Charles Dickens
Sfide: Alfabetitolo, consigli di lettura, mini-recensioni, GRI Reading Challenge, sfida dei bellissimi, sfida dei buoni propositi, sfida dell'alfabeto, sfida della trasposizione, sfida extralarge, sfida infinita, sfida tutti diversi, tour del Regno Unito, la listona

Uno studio in rosso

(A Study in Scarlet)
di Arthur Conan Doyle

Serie: Sherlock Holmes, #1
Formato: Paperback, 88 pagine
Editore: Newton Compton, 2007
Genere: Romanzo, Giallo
Lettura n.: 37/2014
Preso da: Biblioteca
Inizio lettura: 09 dicembre 2014
Fine lettura: 09 dicembre 2014
Ambientazione: Londra, Inghilterra (Regno Unito), 1800 | Utah (Stati Uniti), 1800
Pubblicato: 1887
Links: aNobii, Goodreads, Pinterest
Sfide: gioco a squadre, sfida alfabetitolo, sfida dei classici, sfida dei generi letterari, sfida del Regno Unito, sfida degli USA, 100 libri
Voto: 8/10
Nell'anno 1878, conseguita la laurea in medicina alla London University, mi recai a Netley per seguire il corso di specializzazione come chirurgo militare. Completati i miei studi, fui regolarmente distaccato presso il Quinto Corpo Fucilieri del Northumberland in qualità di assistente chirurgo. All'epoca, il reggimento era di stanza in India e, prima che io potessi raggiungerlo, era scoppiato il secondo conflitto afghano. Sbarcando a Bombay, venni a sapere che il mio reparto aveva già attraversato i passi ed era ormai all'interno del territorio nemico. Molti altri ufficiali si trovavano, comunque, nella mia stessa situazione. Seguimmo quindi il reparto e riuscii a raggiungere sano e salvo Candahar, dove mi ricongiunsi al mio reggimento assumendo subito le mie nuove funzioni.
incipit
Sinossi
"Uno studio in rosso" è il romanzo che segna l’esordio di Sherlock Holmes, l’investigatore più amato e imitato di tutti i tempi.
Attraverso il racconto del dottor Watson, suo inseparabile socio e amico, vede la luce l’infallibile detective, con la sua intelligenza fulminea e gli straordinari metodi di indagine. Un uomo capace di scovare una verità dove gli altri vedono una bugia, una soluzione lampante in un mistero che per tutti è tremendamente ingarbugliato. La scienza della deduzione e il rigore di una razionalità inflessibile hanno fatto della creatura di Doyle il paradigma dell’investigatore letterario, un mito che sembra destinato a non tramontare mai.

Commento
Tanto perché non sono presa da altre milioni di serie e di saghe contemporaneamente ho deciso finalmente di cimentarmi con il leggendario Sherlock Holmes, sul quale ho letto secoli fa un solo romanzo ("Il cane dei Baskerville") di cui non mi ricordo assolutamente nulla. "Uno studio in rosso" mi è piaciuto molto, e mi è piaciuto ancora di più il fatto che sia riuscito totalmente a sorprendermi; infatti la prima indagine fatta da Sherlock al cospetto di noi lettori è appassionante e divertente, ma ciò che più mi ha colpito sono stati i primi due capitoli della seconda parte, che con il romanzo sembrano non avere nulla a che fare. Non voglio dire troppo per evitare di rovinare la sorpresa a chi non l'avesse mai letto ma è stata una rivelazione ed è stata incredibilmente affascinante... quasi più bella della storia "di partenza".

Il personaggio di Sherlock Holmes è fantastico, non mi sarei mai aspettata di trovarlo così incredibilmente simile (caratterialmente) alla sua più recente trasposizione cinematografica: lo Sherlock di Robert Downey Jr. Il problema è che effettivamente il personaggio si adeguava così perfettamente all'immagine data dal film, che non sono stata capace di immaginarmi il detective fisicamente simile a come lo descrive Conan Doyle: davanti ai miei occhi c'era sempre e solo Robert Downey.... in effetti è stato un gran sacrificio pensarci costantemente! ^_^

Ormai credo di essere definitivamente entrata nel tunnel del giallo un po' come qualche anno fa ero entrata in quello del fantasy: spero solo di non ripetere l'errore di fare indigestione!

La sfida della mummia [Serie di Amelia Peabody, #1]

sfide: sfida del mistero, sfida salva-comodino, sfida dell’alfabeto, sfida infinita, sfida solo donna

Titolo originale: Crocodile on the Sandbank
Autore: Elizabeth Peters
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Editrice Nord
Pagine: 304

Iniziato il: 20 maggio 2012
Terminato il: 23 maggio 2012
Valutazione: ★★★ e mezzo
Quando incontrai Evelyn Burton-Forbes lei era sulla strada a Roma…
(incipit)

Uno dei miei buoni propositi di quest’anno era non iniziare una nuova saga limitandomi a proseguire quelle attualmente in corso (che secondo i miei calcoli dovrebbero essere 11, quindi avrei avuto il mio bel da fare anche se mi fossi fermata a quelle). Purtroppo, mentre percorrevo stoicamente la retta via, mi sono scontrata con la libreria di mia nonna e proprio lì in prima fila spiccava questo romanzo, il primo di una serie che avevo già inserito da tempo in wishlist, e a quel punto non ho potuto farci più nulla: è entrato da solo sgambettando nella mia borsa ed è venuto a casa con me (insieme ad altri due, di cui uno fa parte di un’altra saga ancora… insomma, è un circolo vizioso da cui non uscirò mai).

Dopo i Buddenbrook avevo bisogno di una lettura fresca e leggera e con Elizabeth Peters ho trovato proprio quello che cercavo: una protagonista simpatica, una spruzzata di mistero e una trama facile da seguire, il tutto inserito in una cornice meravigliosa come può essere quella dell’Egitto ottocentesco (quindi ancora incontaminato e senza tutti quegli orribili villaggi turistici). Il romanzo, infatti, è ambientato in epoca vittoriana e Amelia Peabody, la protagonista, è una ricca ereditiera allergica al matrimonio e con la passione per l’archeologia che decide di spendere il suo bel patrimonio viaggiando e visitando una terra che da sempre la affascina: l’Egitto. Poco prima della partenza Amelia incontra Evelyn, una bellissima ragazza inglese sedotta e abbandonata da colui che amava, e la elegge sua compagna di viaggio; così le due donne si avventurano nella terra dei faraoni dove, accompagnate dal fedele servitore Michael, si uniranno alla spedizione dei due fratelli archeologi Richard e Walter Emerson. Durante gli scavi, però, sorge un problema: una spaventosa mummia appare nei pressi del loro accampamento e terrorizza gli operai. Naturalmente spetta ad Amelia risolvere il mistero.

Lo dico subito, il romanzo è una serie infinita di cliché letterari (la zitella anticonformista che proclama la sua indipendenza, l’amica dolce e remissiva che dimostra un’inaspettata determinazione, il personaggio burbero il cui comportamento è solo una maschera per nascondere i suoi sentimenti e il bravo ragazzo timido e riservato che si innamora dell’amica dolce) e il mistero della mummia è facilmente intuibile fin dall’inizio ma la lettura è scorrevole e piacevole, i personaggi sono simpatici e la ricostruzione dell’Egitto ottocentesco è affascinante, anche se rimane sempre piuttosto in secondo piano dato che la maggior parte dell’azione di svolge nell’isolato accampamento degli archeologi ad Amarna, la città del faraone “monoteista” Amenofi IV (del quale ho imparato molto leggendo i romanzi di Ramses di Christian Jacq).

Probabilmente questo è uno dei classici libri che se letti nel momento giusto sono una boccata d’aria fresca, se letti nel momento sbagliato, invece, lasciano intravedere tutti i loro limiti e rischiano di trasformarsi in grosse delusioni. Mi viene però da pensare che, siccome la saga è composta da ben 19 romanzi (dei quali 6 sono inediti in Italia), è possibile che proseguendo con i volumi ci si trovi di fronte ad un’evoluzione delle trame e dei personaggi.
Suppongo che il matrimonio si addica ad alcune donne; poverette, che altro possono fare? Ma perché una donna autonoma e intelligente dovrebbe scegliere di sottomettersi ai capricci e alle angherie di un marito? Vi assicuro che non ho ancora incontrato un uomo assennato quanto me.
(Amelia Peabody)

I Buddenbrook

sfida: alfabeto, infinita, mattonazzi, premi nobel, salva-comodino, obiettivo 2012, incrociata

Titolo originale: Buddenbrooks - Verfall einer Familie
Autore: Thomas Mann
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Einaudi
Pagine: 692

Iniziato il: 04 febbraio 2012
Terminato il: 16 maggio 2012
Valutazione:★★★★★
- Com'è...? com'è...?
- Eh, diavolo, c'est la question, ma très chère demoiselle!
La moglie del console Buddenbrook, seduta accanto alla suocera sul sofà rettilineo laccato di bianco e adorno di una testa di leone dorata, con i cuscini ricoperti di stoffa giallochiara, gettò uno sguardo al marito nella poltrona al suo fianco e venne in aiuto della figlioletta, che il nonno teneva sulle ginocchia, presso la finestra.
(incipit)


Di seguito i commenti alle singole parti del gdl
(clicca sui titoli per leggere il contenuto)

I Tappa - Parte 1, Parte 2
Il romanzo inizia trasportando il lettore a casa della famiglia Buddenbrook, i cui membri si stanno per riunire per una cena alla quale sono invitati anche alcuni amici intimi. L'atmosfera è rilassata e serena, e Mann ci permette di guardarci attorno ammirando il prezioso arredamento e osservando meglio gli abitanti di quella casa: vi sono il console Johann Buddenbrook e la moglie Elisabeth, i genitori di lui, il vecchio Johann Buddenbrook e Madame Antoinette e la piccola di casa, Antonie, detta Tony. In questa occasione ci vengono inoltre presentate la governante Ida Jungmann e Klothilde, una nipote del vecchio Johann Buddenbrook che veniva educata in casa dei parenti in quanto proveniva da un ramo povero della famiglia. Giunta l'ora di cena, si uniscono alla compagnia anche i due figli maschi del console e della consolessa, Thomas e Christian, e i suoceri, i Kroger, oltre ad alcuni amici di famiglia. Tutta la prima parte è dedicata alla descrizione di questa cena, ai discorsi, alle battute, il tutto in un'atmosfera di serenità e allegria. L'unica nota stonata è una lettera che a fine cena il console presenta al padre, tramite la quale veniamo a sapere dell'esistenza di un altro figlio del vecchio Buddenbrook, Gotthold, con il quale però il padre ha dei forti contrasti, apparentemente a causa della decisione di Gotthold di aprire un negozio e che per questo è stato completamente escluso da qualsiasi diritto a rivendicare un'eredità. Anche se in questa prima parte non accade nulla di particolare, il romanzo mi ha catturata immediatamente, probabilmente grazie alle efficacissime descrizioni di cui Mann riempie le pagine: mi sembrava davvero di essere a tavola con i Buddenbrook e di mangiare insieme a loro tanto che, avendo iniziato a leggere poco prima di cena, mi è anche venuta una gran fame.

Nella seconda parte scopriamo che i Buddenbrook possiedono un diario nel quale da generazioni ogni discendente annota gli eventi importanti per la famiglia. Proprio dalla lettura che il console fa di questo diario veniamo a sapere che dietro all'ostilita di Johann Buddenbrook senior nei confronti del figlio maggiore Gotthold si nasconde un motivo ben più profondo di un matrimonio non approvato: la madre di Gotthold, prima e amatissima moglie di Johan Buddenbrook padre, è morta infatti dando alla luce il bambino che fin dal primo momento è stato visto con odio dal padre. A dire la verità, sono rimasta un po' perplessa per quanto riguarda il rapporto tra i due fratelli perché non capisco come mai il console Buddenbrook, che esprime la sua perplessità di fronte al comportamento del padre, decida comunque di appoggiarlo nella sua decisione di non fornire a G. l'indennizzo che chiede. A parte queste questioni economiche, in questa parte si susseguono parecchi avvenimenti: prima la nascita della piccola Klara, figlia del console e della consolessa, seguita poi dalla morte di entrambi i genitori Buddenbrook e dal riappacificamento dei rapporti tra i fratelli, per finire con l'ingresso di Thomas nell'azienda di famiglia. Impariamo anche a conoscere meglio il carattere dei vari personaggi, soprattutto quello di Tony che diventa sempre più insopportabile con il suo atteggiamento superiore, ma Mann ci riserva anche dei momenti divertenti, come la discussione tra i coniugi Buddenbrook a proposito dell'assunzione di un nuovo domestico e le marachelle di Christian a scuola.
"Maurizio di Sassonia/la Pompadour beata/portava un giorno a spasso/nella carrozza aurata./Frèlon vide la coppia;/ridendo li guardò./«Ecco del re la spada/...e il fodero, osservò.»"
Il console salì al suo appartamento e il vecchio scese, brancolando lungo la ringhiera, al piano ammezzato. Poi l'ampia vecchia casa si rinchiuse nelle tenebre e nel silenzio. Orgogli, speranze e timori s'acquetarono, mentre fuori nelle strade deserte la pioggia scrosciava e il vento d'autunno fischiava intorno agli spigoli e ai frontoni.
Si dica ciò che si vuole, ma è piacevole svegliarsi al mattino in una camera spaziosa tappezzata di stoffa chiara e col primo gesto della mano sfiorare una pesante trapunta di raso; e chi non godrebbe di vedersi servire alla prima colazione, nella stanza che dà sul terrazzo, mentre l'aria mattutina entra dal giardino per la vetrata aperta, una tazza di cioccolata invece del solito tè o caffè , una vera cioccolata da compleanno con una grossa fetta di foccacia fresca?
Andava per la città come una piccola regina che si riservi il diritto d'essere crudele o benigna, secondo il gusto e l'umore. (Tony)


II Tappa - Parte 3
Che bella questa terza parte! Mi è piaciuta moltissimo, anche se mi ha contemporaneamente fatto arrabbiare e in alcuni momenti ho addirittura dovuto resistere all'impulso di chiudere il libro e gettarlo via dal nervoso.
Inizialmente Tony mi ha fatto una gran pena, assediata com'era da ogni lato, addirittura da quel fetente di prete che fa una predica su misura apposta per farla decidere a sposare Grünlich, costretta a sentirsi in colpa per non voler sposare non solo un uomo che non ama, ma addirittura uno che disprezza, un insignificante, falso, lecchino con le basette probabilmente tinte. Infine, dopo un fugace innamoramento per un giovane studente conosciuto in vacanza, decide di adeguarsi al suo ruolo di figlia di borghesi con l'obbligo morale di contribuire al prosperare della ditta di famiglia. Ciò che mi ha fatto arrabbiare della scelta di Tony è stato che nel momento in cui posa la penna col la quale ha registrato la sua decisione sul diario di famiglia, lei cancella qualsiasi opposizione della sua mente a quel matrimonio e si fa anzi prendere dall'entusiasmo per i preparativi della cerimonia, l'acquisto del corredo e le fantasie sulla sua futura agiatezza. So di sbagliare, ma dopo aver letto Anna Karénina, avendo ancora in mente questa donna appassionata che vuole vivere i propri sentimenti, non riesco ad accettare il comportamento di Tony senza soffrirne (lei sceglie il matrimonio di convenienza a mente lucida, Anna era invece convinta di amare Karénin finché non ha conosciuto Vronskij). Il mio lato romantico ha sperato che alla fine Tony si sarebbe rifiutata definitivamente di sposare Grünlich, ma il mio lato romantico non aveva compreso il ruolo di Tony in questo romanzo, che con il suo comportamento incarna la vera essenza della famiglia e non avrebbe mai agito altrimenti.
Resta il fatto che ho un pessimo presentimento su Grünlich, perchè il suo comportamente è molto sospetto: le tenta davvero tutte pur di agguantare quel "si", e la sua improvvisa comparsa dagli Schwarzkopf dove Tony sta trascorrendo le vacanze, sembra quasi il gesto di un uomo preso dall'angoscia che si rende conto che il suo futuro gli sta sfuggendo di mano (perchè se fosse stato davvero innamorato di Tony avrebbe parlato con lei, non con i genitori di Morten). Questa mia sensazione è aggravata dal fatto che appena riesce ad ottenere il matrimonio, scompaiono improvvisamente tutte le manifestazioni d'amore e devozione nei confronti della moglie.
Alla fine della parte ci viene rivelato che anche Tom ha una relazione con una ragazza di origini modeste che lavora in un negozio di fiori, e il ragazzo compie la stessa scelta della sorella separandosi dalla fioraia prima della sua partenza per il tirocinio ad Amsterdam.
Se dice di si, avrà trovato il suo posto, si sistemerà per benino, come piace a lei, e dopo un giorno o due amerà suo marito... Grünlich non è una bellezza, mio Dio, no di certo... ma tuttavia è presentabilissimo, e in fin dei conti non si può pretendere un corvo bianco, se mi passi quest'espressione!... Se vuole aspettare che si presenti uno che sia un Apollo e insieme un buon partito... be', faccia pure!
(Johann Buddenbrook alla moglie)
Tacquero a lungo, mentre il mare innalzava verso di loro la sua voce, grave, tranquilla... e a Tony parve improvvisamente di trovarsi unita con Morten in una grande, imprecisa, presaga e nostalgica comprensione di quello che significhi "libertà".


III Tappa - Parte 4
Ecco che con la parte IV la Storia entra per la prima volta nella vita dei Buddenbrook nella veste di una rivoluzione cittadina nel 1848. Purtroppo (per il popolo), questi tumulti vengono risolti senza troppi problemi da un energico Johann Buddenbrook che, dopo alcune ore di paura per i nobili e i ricchi borghesi, riesce a calmare la folla, con l'unico effetto collaterale della morte di Lebrecht Kröger, padre di Elizabeth, per un probabile infarto dovuto all'indignazione per la mancanza di rispetto dimostrata dal popolo verso la nobiltà.
Alcuni mesi dopo questi avvenimenti, invece, ecco che accade proprio quello che mi aspettavo: gli apparentemente fiorenti affari di Grünlich sono in realtà un inganno, un'illusione creata apposta per indurre Johann Buddenbrook a concedergli in sposa la figlia con lo scopo di salvarsi dalla bancarotta. Ciò che il basettone non si aspetta è che il capofamiglia sfrutti la dedizione di Tony per la ditta e se la riporti a casa insieme alla figlioletta Erika, lasciandolo così solo ad affrontare il suo fallimento.
Nonostante io creda che questo non sia il modo migliore per rimediare all'errore di aver fatto sposare Tony contro la sua volontà, non posso non pensare al fatto che Grünlich fosse completamente in mala fede, di conseguenza posso dire che mi sarei comportata esattamente come il console Buddenbrook.
Restando sull'argomento Tony, questa ragazza è davvero inconsistente ed insipida oltre che, come lei spesso di definisce ipocritamente, oca.
L'ultimo capitolo è meraviglioso: la descrizione dell'atmosfera, del tempo, delle sensazioni delle persone accompagnano verso l'annuncio della morte di Johann Buddenbrook che, come tutti gli altri famigliari finora, scompare con la pioggia.
Il suo pronunciato senso della famiglia le rendeva quasi incomprensibili i concetti di libero arbitrio e di autodecisione, e le faceva constatare e ammettere le sue qualità con fatalistica indifferenza, senza distinguere e senza tentar di correggersi. Inconsapevolmente, ella era convinta che ogni qualità, buona o cattiva, fosse un retaggio, una tradizione di famiglia, e pertanto una cosa da venerare e in ogni caso da rispettare.


IV Tappa - Parte 5
La parte V si apre con la riunione di famiglia indetta per la lettura del testamento di Johann Buddenbrook alla quale partecipano il figlio Tom, la moglie Betsy, nominata erede universale, la figlia Tony, che come sempre dimostra la sua enorme stupidità con i suoi interventi fuori luogo, il signor Marcus, nominato socio della ditta, e Justus Kröger, tutore di Klara.
Sei mesi dopo la morte del padre torna Christian, che si trovava a Valparaiso; pur essendo un po' bizzarro, soprattutto per i suoi continui cambiamenti d'umore, sembra piuttosto noioso e inconsistente. Christian sembra vivere in un mondo tutto suo, non è certo molto interessato agli affari di famiglia ma in realtà non sembra interessato a nulla; è proprio il classico svogliato e oltretutto si fa anche ridere dietro dai suoi compagni del circolo senza nemmeno rendersene conto. Intanto, alla morte dello zio Gotthold avvenuta pochi mesi dopo, Tom riceve la carica di regio console dei Paesi Bassi, come suo padre e, prima ancora, suo nonno.
Ben due sono i matrimoni che si preparano in questa V parte: quello di Klara con un pastore di Riga e quello di Tom con la ricchissima figlia di un commerciante di Amsterdam. Devo ammettere che non riesco proprio ad abituarmi alla freddezza calcolatrice con cui vengono combinati i matrimoni, è proprio come se fossero solo degli affari. In ogni caso, questi eventi portano un po' di gioia nella famiglia ultimamente provata dai lutti. L'unica che per ora è ancora insoddisfatta è Tony, che si annoia da morire e vorrebbe sposarsi di nuovo.
Tony posò la corona sul nome del padre, scritto di fresco sulla lastra in lettere dorate, e poi nonostante la neve s'inginocchiò sulla tomba a pregare in silenzio; il velo nero svolazzava lieve e l'ampia gonna le si allargava intorno in pieghe pittoresche. Dio solo sapeva quanto dolore e quanta fede, e d'altra parte quanta vanità di bella donna fossero in quell'abbandono.


V Tappa - Parte 6
Entra in scena un nuovo personaggio: Permaneder, un commerciante bavarese conosciuto da Tony durante un suo soggiorno a Monaco. La ragazza è letteralmente ossessionata dal voler riparare al danno commesso al buon nome della famiglia e della ditta con il suo primo matrimonio e ha intenzione di sposare quest'uomo buono ma talmente diverso nel modo di fare dagli abitanti di Lubecca da risultare ridicolo. Dopo una serie di tormenti notturni Tony prende la decisione definitiva e durante una gita in montagna viene combinato il matrimonio. Faccio davvero tanta fatica ad accettare le scelte di questa donna che non guarda alla propria felicità, anzi, la sua felicità viene realizzata facendo il bene della ditta, anche se ciò significa sacrificarsi al cento per cento.
Il matrimonio viene celebrato in modo semplice e discreto e la coppia parte immediatamente per Monaco. Purtroppo per Tony anche questo matrimonio è destinato ad una rapida fine: la goccia che fa traboccare il vaso e che spinge Tony a fuggire da una città noiosa, popolata da gente rozza per la quale il nome Buddenbrook non significa nulla e da un marito privo di ambizione è il tradimento da parte di Permaneder che una sera torna a casa ubriaco e salta addosso alla cameriera di fronte alla camera da letto della moglie.
Si ritorna così alla situazione iniziale, con Tony nuovamente sola con Erika (la bambina avuta con Permaneder muore pochi minuti dopo il parto) a casa con la madre.
«[...]Tom è un politico, e sa quel che vuole. Chi ha messo alla porta Christian? L'espressione è dura, Ida, ma la cosa sta proprio così. E perché? Perché comprometteva la ditta e la famiglia, e anch'io secondo lui faccio altrettanto, non con gli atti o con le parole, ma semplicemente col mio stato di donna divorziata. Egli vuole che questo cessi, e ha ragione; Dio sa che non gli voglio meno bene per ciò e spero che egli ricambi il mio affetto. [...]» (Tony Buddenbrook)


VI Tappa - Parte 7
Finalmente arriva il tanto sospirato erede Buddenbrook, figlio di Tom e Gerda: il bambino è piuttosto cagionevole ma, dopo aver rischiato la vita appena nato, cresce in modo abbastanza stabile (anche se viene continuamente ripetuto che il bambino "è un po' indietro"). Tony è estremamente orgogliosa del nipotino e la sua gioia aumenta a dismisura quando il fratello Tom viene nominato senatore.
Purtroppo la serenità della famiglia viene nuovamente minata da una serie di eventi: la morte di Klara, il passaggio della sua dote al marito contro il volere di Tom, il fallimento della ditta di Christian, la perdita di alcuni grossi affari e, contemporaneamente a tutto ciò, la grossa spesa sostenuta da Thomas per costruire una casa degna del suo rango di senatore. Tom diventa progressivamente più irrequieto, tanto da compromettere anche il suo lavoro. A peggiorare ancor più la situazione ci si mette anche una guerra (cercando su internet dovrebbe essere la Seconda guerra dello Schleswig, combattuta tra austroprussiani e danesi), che mette a dura prova la ditta Buddenbrook.
«[...]Che cos'è il successo? Una forza segreta e indefinibile, chiaroveggenza, prontezza, la convinzione di influire sui moti della vita col solo fatto della nostra esistenza... La fede nell'arrendevolezza della vita in nostro favore... Fortuna e successo sono in noi; bisogna tenerli saldamente, intimamente. Appena qui dentro qualcosa comincia a cedere, a rilassarsi, a stancarsi, tutto quello che è intorno a noi si svincola, si ribella, si sottrae al nostro influsso... Allora un colpo segue l'altro, batoste su batoste, e si è liquidati.[...]» (Thomas Buddenbrook parla con Tony)


VII Tappa - Parte 8
Questa parte è stata forse un po' troppo lunga e per dirlo io che amo le digressioni, le descrizioni precise, i dialoghi infiniti, vuol dire che è stato davvero un po' troppo. In questi capitoli succede un po' di tutto: Erika Grünlich si sposa - e la madre Tony, come sempre è la talmente protagonista da sostituirsi alla ragazza in tutto, dall'organizzazione del matrimonio a quella della casa degli sposi dove si trasferisce naturalmente anche lei (classico esempio di suocera ingombrante) -, Tom viene meno per la prima volta ai principi dell'azienda accettare di fare un prestito ad un amico di famiglia a interessi esagerati, la ditta festeggia l'anniversario dei cento anni. Veniamo inoltre a sapere qualcosa di più su Hanno, il figlio di Tom e Gerda, un bambino riservato, molto sensibile e con una salute estremamente delicata. Contrariamente ad desideri del padre, che vorrebbe fare di lui un vero Buddenbrook, Hanno ha preso dalla madre l'amore per la musica e il talento del bambino è davvero incredibile; purtroppo Tom non riesce a comprendere per nulla il figlio e insiste nel tentare di approcciarvisi nel modo che lui ritiene migliore: le uniche conversazioni sono sempre interrotte da delle vere e proprie interrogazioni del padre al figlio sull'attualità, sul commercio, sulla geografia, cosa questa che mette il bambino in estrema soggezione e non fa altro che renderlo ancora più chiuso.

Infine, dopo due lunghissimi capitoli incentrati uno sulla musica e l'altro sul Natale, la famiglia viene scossa dall'ennesima disgrazia: il marito di Erika viene accusato, processato e condannato a tre anni e mezzo di carcere per aver condotto alcuni affari sporchi e Tony si ritrova nuovamente sola con la figlia, senza casa e a dover dipendere dalla propria famiglia.
[...] e nel registro di famiglia scrisse con mano tremante di gioia il nome di Erika accanto a quello del direttore... ma era lei, lei Tony Buddenbrook, la vera sposa.
- Egli ne è degno, - affermò il signor Pfühl. - A volte lo guardo negli occhi... e vi leggo tante cose, ma le labbra le tiene chiuse. Più tardi nella vita, che forse gli farà tenere le labbra ancor più serrate, deve pur avere una possibilità di parlare... [Gerda e il maestro di musica parlano del talento musicale di Hanno]


VIII Tappa - Parte 9
I capitoli che compongono la nona parte sono quasi tutti incentrati sulla morte della vecchia consolessa Buddenbrook: la lunga agonia, la lettura del testamento, il funerale e infine la vendita della vecchia casa di famiglia. La parte è davvero molto breve, ma nonostante accada poco (anzi, forse proprio perché ci sono pochi avvenimenti) si respira davvero l'aria di una lenta caduta, del progressivo disfacimento della famiglia.
Ormai gli ultimi veri Buddenbrook rimasti sono Tom e Tony (Chistian, infatti, ha dimostrato da un pezzo di essere molto diverso), ma lo spirito di lui è sempre più depresso e frustrato, così che l'unica ancora piena dell'"orgoglio Buddenbrook" rimane sempre Tony.


IX Tappa - Parte 10
Il declino di Thomas Buddenbrook, già iniziato nei capitoli precedenti, è il fulcro di questa parte e la sua morte segna la morte dell'ultima speranza per la ditta Buddenbrook di risollevarsi: né Christian, incapace e ipocondriaco, né il piccolo Hanno, i cui interessi sono da tutt'altra parte, sono infatti in grado di portare avanti la ditta.

Hanno è il personaggio che tra tutti sento più vicino: i capitoli riguardanti le vacanze al mare in particolare non solo me lo hanno reso più simpatico, ma hanno suscitato in me ancora più tenerezza di prima, anche da piccola io provavo le stesse identiche sensazioni.

La morte di Tom arriva improvvisa e anche se spesso nelle pagine precedenti c'erano state diverse anticipazioni, proprio non me l'aspettavo.
Davvero, l'esistenza di Thomas Buddenbrook non era diversa da quella di un attore, un attore però la cui vita fin nei minimi e più triti particolari sia diventata un'unica produzione, una produzione che, eccettuati pochi brevi momenti di solitudine e di distensione, assorbe e logora continuamente tutte le forze..."



Commento conclusivo
Ho iniziato la lettura de I Buddenbrook con un gdl, spinta dal successo ottenuto con i due che avevo seguito precedentemente (Il conte di Montecristo e Anna Karénina); mi sono resa conto, infatti, che la lettura (e relativo commento) frazionata di un classico dà molta più soddisfazione di una tutta d’un fiato (soprattutto se le pagine sono tante e il fiato a volte tende a mancare). Purtroppo questa volta non sono riuscita a restare nei tempi stabiliti e sforato di parecchio, ma ho deciso di proseguire comunque seguendo le tappe stabilite.

Il romanzo mi è piaciuto molto, anche se mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, non tanto per la conclusione – facilmente immaginabile solo leggendo il sottotitolo del romanzo: “declino di una famiglia” – quanto per la completa mancanza di carisma dei personaggi. Non voglio fare intendere che questo sia un difetto, anzi, è perfettamente in linea con la trama, ma io amo i personaggi che si fanno largo attraverso le pagine, che mostrano forza di carattere, anche se non sempre in senso positivo. Qui invece di personaggi dominanti non ce ne sono né tra i protagonisti, né tra i secondari: Thomas inizia bene ma si spegne presto, Tony è stupida e vuota, Hanno, nonostante sia il personaggio che ho sentito più vicino a me, non è né tagliato per il futuro che gli si prospetta, né capace di ribellarsi e trovare la propria strada. Non parliamo poi di Christian e delle sue ridicole fissazioni.

Ciò che mi ha catturata è lo stile di Mann: ho amato le sue descrizioni non solo dei paesaggi, ma anche degli stati d’animo dei personaggi e delle loro passioni. Ho trovato incredibile il modo in cui si parla della musica nel capitolo su Gerda Buddenbrook e tutto il capitolo sul delirio filosofico/religioso di Thomas. Lo spostamento del punto di vista che si muove tra i tre protagonisti, Thomas, Tony e Hanno è estremamente coinvolgente e fa si che il lettore venga catapultato dentro l’animo dei personaggi e si senta vicino a loro, riuscendo a comprendere perfino il più assurdo dei loro pensieri.

Dopo la lettura di questo caposaldo della letteratura tedesca il proposito è naturalmente quello di leggere altre opere di Mann, magari passando prima dai racconti per approdare solo tra un po’ all’inquietante (ma solo per la mole) Montagna Incantata. Per il momento, però, ho bisogno di una pausa dalle letture intelligenti!
E stette là vincitrice nella buona guerra che aveva condotto per tutta la vita contro gli assalti del suo raziocinio di maestra, gobba, minuscola e vibrante di convinzione, una piccola profetessa ispirata e vendicatrice.
(explicit)

Anna Karénina - GDL

sfida: incrociata
Titolo originale: Анна Каренина
Autore: Lev Tolstoj
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: Mondadori
Pagine: 1049

Iniziato il: 14 novembre 2011
Terminato il: 2 febbraio 2012
Valutazione:★★★★★
Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
(incipit)


Trama

Combattuta tra l'amore per il figlio, il vincolo matrimoniale e la passione per un altro uomo, Anna Karenina sarà travolta da un conflitto tanto drammatico da trascendere i confini del personaggio per divenire emblematico, che la accomunerà ad altre tormentate figure di donne, come Madame Bovary, per citare la più famosa. Ispirandosi con inconfondibile potenza creativa a un fatto di cronaca, Tolstoj trasfuse in Anna Karenina l'ansia e il desiderio di chiarezza etica che dominarono la sua vita. Costruito con un raffinato gioco d'incastri narrativi, e tuttavia con la consueta scorrevolezza stilistica dei capolavori tolstojani, il romanzo presenta una bruciante problematica morale, lasciando al lettore il giudizio definitivo.
(ibs.it)


Di seguito i commenti alle singole parti del gdl
(aggiornate sempre in questo post)

14 - 20 novembre - Parte 1
Primo impatto più che positivo: lo stile di Tolstoj è inaspettatamente scorrevole (ho sempre sentito dire che gli autori russi sono pensanti... in questo caso non è assolutamente vero) e mi ha colpito la vividezza dei suoi personaggi, che ci vengono presentati "a tutto tondo": nelle loro caratteristiche fisiche, in quelle psicologiche, ed in quei piccoli gesti e atteggiamenti che dicono molto più di una descrizione di dieci pagine.
L'incipit del romanzo è davvero un capolavoro, uno di quelli da imparare a memoria, anche perchè è assolutamente vero. Quando sono entrata in casa Oblonskij sono stata accolta dal caos più totale: la mia impressione è stata quella di aprire la porta di casa e ritrovarmi davanti bambini urlanti, la governante con le mani nei capelli, il cuoco che mi spintona con il cappello in mano per andarsene... insomma un delirio, che poi contrasta con il paragrafo immediatamente successivo, in cui Stepan si sveglia sereno e pacifico senza realizzare subito come mai non si trova nel suo letto ma sul divano dello studio.
Stepan Oblonskij è il protagonista indiscusso dei primi capitoli, e secondo me Tolstoj è decisamente ironico quando ci parla di lui e ce lo descrive così... piacione. Oltretutto ci fa chiaramene capire che non è un uomo di gran carattere, e soprattutto senza opinioni personali. Nonostante ciò, riesce a starmi simpatico... subisco anch'io il suo fascino come tutti gli altri! Dar'ia Oblonskij invece mi ha fatto tanta tenerezza perchè sembra davvero che non si aspettasse il tradimento del marito, che oltre a trovarla brutta, la ritiene anche "limitata", senza rendersi conto che in realtà il limitato è lui.
Ho notato anche un forte contrasto tra i personaggi di Stepan e Levin, non sono perchè il secondo si dimostra molto più sensibile del primo, oltre che innamorato, ma anche perchè credo che abbia molto più carattere rispetto a Stepan, anche se non ha la stessa posizione sociale (ovviamente non guadagnata) ed il suo stile di vita sia più modesto. Si è capito, credo, che Levin mi piace moltissimo: il suo sincero amore per Kitty, la sua timidezza, il non riuscire a fingere di interessarsi alle cose nelle quali non crede, i sentimenti nei confronti del fratello Nikolàj e il suo sincero desiderio di aiutarlo, sono tutti indizi che rivelano una grande persona. Mi è dispiaciuto moltissimo vederlo rifiutato da Kitty, che gli ha preferito quello sciocco bellimbusto di Vronskij. Anche Anna mi ha colpita e affascinata moltissimo fin dalla sua prima apparizione sul treno: soprattutto l'ho trovata una donna estremamente intelligente e non riesco a capire come faccia ad essere attratta da uno come Vronskij, a meno che lui non abbia delle doti molto ben nascoste che finora non ha rivelato.
Stepàn Arkàd'ic non sceglieva né la tendenza, né le opinioni, ma tendenze e opinioni venivano a lui da sole, proprio allo stesso modo in cui non si sceglieva la foggia di un cappello o di una finanziera, ma prendeva quella che si portava.
Si accorse che lei era lì dalla gioia e dal terrore che gli avevano afferrato il cuore. Lei era in piedi, che chiacchierava con una signora all'altra estremità del campo di pattinaggio. Apparentemente non aveva niente di particolare, né nell'abbigliamento, né nella posa; ma per Lévin riconoscerla in mezzo a quella folla era stato facile come riconoscere una rosa fra le ortiche. Tutto risplendeva di lei. Lei era il sorriso che illumina tutto intorno a sé.
Gli occhi grigi brillanti, che sembravano scuri per via delle ciglia folte, si fermarono amichevoli e attenti sul suo viso, come se lo stesse riconoscendo, e si spostarono subito sulla folla che si avvicinava come se fosse alla ricerca di qualcuno. In quel breve sguardo Vronskij fece in tempo a notare una vivacità contenuta, che giocava sul suo viso e aleggiava in mezzo agli occhi brillanti, e un sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra rosee. Era come se l'eccesso di qualcosa traboccasse dal suo essere al punto da rivelarsi contro la sua volontà, ora nella lucentezza dello sguardo, ora nel sorriso. Lei volle offuscare la luce nei suoi occhi, ma questa continuò a risplendere suo malgrado nel sorriso appena accennato.
Anna Arkàd'evna leggeva e capiva, ma non le faceva piacere leggere, cioè seguire di riflesso la vita di altre persone. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa.


21 - 27 novembre - Parte 2
La seconda parte ha inizio a casa dei principi Scerbàckij, dove a Kitty viene prescritto un viaggio per poter guarire da quella misteriosa malattia che si chiama orgoglio ferito. Sempre in questa sede veniamo a sapere che la situazione familiare di Dolly non è per niente migliorata ed ho avuto la conferma di ciò che io già pensavo di Dolly: al contrario di suo marito, che è veramente pessimo, non è affatto stupida e si rende perfettamente conto di star chiudendo gli occhi di fronte alla realtà dei fatti, e per questo si disprezza. Inoltre, non solo sa riconoscere chi, tra il padre e la madre, ha visto più lungo nei confronti di Vronskij, ma dimostra anche di aver capito perfettamente ciò che fa star male Kitty (ovvero l’essersi è resa conto di aver perso un uomo davvero innamorato per inseguire un vuoto pallone gonfiato che si è infine mostrato per quello che è). Proprio non si merita un burattino di marito come Stépan e la trovo un personaggio magnifico, finora la mia preferita insieme a Lévin. Anche per quanto riguarda i principi Scerbàkij mi è stata confermata l'opinione iniziale: lui è un uomo intelligente e sensibile, anche se un po' burbero nelle sue manifestazioni d'affetto; lei, invece, è insignificante e sciocca, però non è una cattiva persona e si sente terribilmente in colpa per aver spinto la figlia ad invaghirsi di Vronskij. Mi auguro che adesso si impegni per rimediare ai suoi errori.

Con il capitolo 4 ci spostiamo a Pietroburgo e torniamo da Anna, che nel frattempo sta cambiando molto: non solo, come avevamo letto nella parte 1, fa caso a difetti e atteggiamenti nel marito e nel figlio ai quali prima non aveva mai dato importanza, ma inizia anche a modificare le sue opinioni nei confronti delle amicizie, e comincia a frequentare il mondo di Vronskij. In questo contesto ci viene mostrata la società pietroburghese e ciò che più mi ha colpita è stata questa frase, riferita a Vronskij:
“Sapeva molto bene che agli occhi di quella gente la parte dell’amante infelice di una fanciulla e in generale di una donna libera può apparire ridicola; ma la parte di un uomo che fa una corte serrata a una donna sposata e che mette in gioco tutta la sua vita pur di catturarla nell’adulterio ha qualcosa di bello, di grandioso, e non potrà mai essere ridicola […]”
Mi ha lasciata perplessa rendermi conto di quanto la società nobile russa accetti o addirittura quasi incoraggi il tradimento: prima Stépan, che considera normale e non una sua colpa andare con un’altra donna dato che la moglie ha perso il suo fascino, ora questa frase che non lascia spazio all’immaginazione ma dichiara apertamente quella che in precedenza era solo una mia impressione, e che limitavo al personaggio di Stépan Oblònskij. Nel complesso, fino ad ora Tolstoj ha dipinto un ritratto davvero impietoso del “bel mondo” russo, fatto di persone vuote, insulse e pettegole, Vronskij compreso: l’unica che per ora si salva è la principessa Mjàgkaja, per lo meno è una donna schietta (e infatti viene definita “volgare e rozza”).

Il passare del tempo ci viene reso chiaro dal mutamento del rapporto tra Anna e Vronskij, che si fa sempre meno platonico. La loro relazione diventa presto di dominio pubblico ed infine giunge alle orecchie del marito di Anna, Aleksèj, il quale inizialmente cerca di parlare con la moglie, ma di fronte all'ostinato rifiuto di lei di spiegarsi (addirittura assume un atteggiamento innocentemente perplesso) rinuncia definitivamente e, anzi, comincia a chiudere gli occhi di fronte alla situazione. L'episodio della discussione tra marito e moglie, anche se in realtà si tratta più di un monologo di Aleksej, ci mostra da una parte un uomo a cui il tradimento della moglie pesa più nell'orgoglio che non nel cuore e che si preoccupa molto del riflesso che questo avrà sui suoi rapporti di lavoro, dall'altra una donna per il momento assorbita dalla passione, che però presto si ritroverà a fare i conti con la propria coscienza. Al contrario di Vronskij, che è eccitato da questa relazione, Anna è sempre più vittima dei sensi di colpa e della vergogna, soprattutto nei confronti del figlio, e l'apice viene raggiunto alla scoperta di essere incinta.

Parallelamente a quelle di Anna e Vronskij, proseguono anche le storie di Lèvin e Kitty. Il primo si trova nella sua tenuta di campagna e, a parte il brano sulla caccia, la descrizione della sua vita e delle sue abitudini è estremamente poetica. Veniamo a sapere che finalmente sta iniziando a digerire il rifiuto di Kitty, e anche la notizia che la ragazza non si sposerà più non gli provoca eccessivi "scombussolamenti". Kitty, intanto, si trova alle terme con la madre per provvedere alle sue cure. Devo dire che io continuo a vedere un percorso di crescita in questa ragazza e ogni volta che si parla di lei la trovo sempre migliore di come l'ho lasciata. Abbiamo cominciato con una ragazzina sognante, ingenua e attratta da una promessa di mondanità e di ricchezza, oltre che da un uomo bello e con conoscenze altolocate. E' passata poi attraverso un rifiuto e l'incapacità di digerirlo, il capriccio dettato dall'orgoglio ferito e la consapevolezza di aver preso la decisione sbagliata. Adesso troviamo una ragazza che sta cercando la pace con sè stessa e prova a raggiungerla con i modi che la vita le presenta. Kitty è realista: non è una santa, ha provato ad essere migliore ma si è resa conto di non essere in grado di sopportare tutta quella sofferenza. Quante persone sarebbero in grado di fare quello che fa Varenka? Molto poche (come sono molto poche quelle che fanno volontariato di vario genere rispetto a chi non ne fa) ma la maggior parte non lo ammette e addirittura nemmeno ci prova, continuando a crogiolarsi nell'idea che "se solo trovasse il tempo, ne sarebbe in grado". Mi rendo conto che anch'io faccio parte del gruppo, dato che penso sempre che mi piacerebbe fare del volontariato ma poi, chissà come mai, non ne trovo mai il tempo. Kitty per lo meno ci prova, sente un desiderio di migliorarsi, trova un modello di come vorrebbe essere e cerca di seguirlo. Non ci riesce, ma l'esperienza l'ha resa consapevole di sè e ciò non può che essere un bene: la consapevolezza dei propri difetti è già un bel passo avanti e non è da tutti raggiungerla, dato che la maggior parte delle persone preferisce nascondersi dietro scuse e giustificazioni. Adesso aspetto solo il passo successivo...
«Io infelice?» disse lei, avvicinandoglisi e guardandolo con un sorriso estasiato «io sono come un affamato al quale abbiano dato da mangiare. Magari ha freddo, ha il vestito lacero, e si vergogna, ma non è infelice. Io infelice? No, ecco la mia felicità...»
La pace fu fatta. Ma con l'arrivo del padre per Kitty cambiò tutto quel mondo nel quale aveva vissuto. Non rinnegò quanto aveva appreso, ma capì di aver ingannato se stessa pensando di poter essere quello che avrebbe voluto. Era come se avesse aperto gli occhi [...].


28 novembre - 4 dicembre - Parte 3
Sono in super-ritardo con i commenti! Meno male che c'è il gruppo su aNobii dove invece sono sempre abbastanza puntuale: questa volta quindi mi sa che farò un po' di copia-incolla.
Tutta la parte del racconto ambientata in campagna mi è piaciuta moltissimo. Il motivo per cui mi attrae di più, è la sua genuinità: mentre la città è caratterizzata dalla superficialità e ipocrisia dei suoi abitanti, qui abbiamo un mondo fatto di concretezza, semplicità e trasparenza. I piccoli inganni che ci sono (ad esempio il tentativo dei contatini di imbrogliare sulla spartizione mi pare del fieno), sono cose che si dimenticano subito, non c'è malizia, mentre quelli che avvengono in città avvelenano la vita. Per lo stesso motivo preferisco personaggi come Lévin e Dolly, che accettano le proprie debolezze e i propri difetti, se ne rendono conto e non fanno finta di nulla: per quanto riguarda Dolly mi riferisco ovviamente alla sua situazione con il marito, per Lévin mi riferisco alle sue idee e alle discussioni che ha con il fratello. Per di più, è vero che Lévin ha delle idee apparentemente più retrograde e antiquate, ma bisogna anche dire che nella pratica dimostra di essere un gran lavoratore, che rispetta i contadini ai quali chiede pareri ed opinioni, al contrario del fratello che mi pare abbia tante belle idee, ma in campagna ci va solo per stare in panciolle.
A Dolly la permanenza in campagna fa solo bene: lontana dal marito che così non può più umiliarla e farla soffrire, si gode i suoi bambini e la compagnia di persone di valore. Mi ha fatto una gran tenerezza l'episodio della sorellina che porta di nascosto la torta al fratellino in castigo. Meno male, invece, che Dolly viene riportata sulla terra dalla litigata degli stessi due "angioletti" di prima, che si azzuffano prendendosi per i capelli, perchè si stava crogiolando un po' troppo su quanto fossero bravi, belli e meravigliosi i suoi bambini.
Infine mi ha fatto piacere scoprire che Dolly la pensa proprio come me (o forse sarebbe più corretto dire che io la penso come Dolly ^_^) riguardo a Kitty, solo che lei ha espresso il suo pensiero molto meglio di quanto abbia fatto io con il mio (e grazie, l'ha scritto Tolstoj!).
L'episodio dell'apparizione di Kitty come una visione celestiale, che rivela a Lèvin tutta l'inutilità dei suoi tentativi di dimenticarla e vivere senza di lei è meraviglioso, forse il passo più bello finora. La reazione del marito di Anna, invece, è davvero l'apoteosi dell'ipocrisia, soprattutto per tutto il discorso sul duello in cui la falsità di quest'uomo che mente anche a sè stesso è talmente lampante, che leggendo mi veniva da ridere. Anche Vronskij non scherza, comunque, in quanto ad ipocrisia. Infine ho trovato davvero molto interessanti le opinioni di Lévin sull'agricoltura e ho seguito bene i suoi ragionamenti: credo che questo sia tutto merito della lettura frazionata, metodo che indubbiamente adotterò per tutti i futuri "mattonazzi", anche al di fuori dei gdl.
Quanto più a lungo Lévin falciava, tanto più spesso viveva momenti di oblio, durante i quali non erano più le mani a falciare, ma la falce stessa che faceva muovere dietro di sé tutto il corpo consapevole, pieno di vita, e, come per incanto, senza pensarci, il lavoro si compiva da solo, misurato e preciso. Quelli erano i momenti di vera beatitudine.


05-11 dicembre - Parte 4
Devo ammettere che il triangolo Anna-Vronskij-Aleksandrovic mi ha creato non pochi problemi questa volta, ma andiamo con ordine: la parte si apre con una passività ed un'apatia generale. Tutti aspettano che una soluzione cada dal cielo e Anna, soprattutto, è completamente sottomessa, non ha la forza morale di reagire e fa venire quasi il nervoso per questa sua completa passività. Tolstoij, poi, le dà anche la "stoccata" finale con la rivoluzione del personaggio del marito: sembra davvero che voglia farla cadere il più in basso possibile e fa di tutto per rendercela insopportabile.
Non ho capito invece i veri intenti dei due personaggi maschili: cosa provano davvero? Questa loro fase di sconvolgimento psicologico (Vronskij che riscopre l'amore per Anna e Aleksandrovic che improvvisamente si rivela il marito e padre dei sogni) è reale, durerà o è solo passeggero? Infine non ho ben capito il ruolo di Stepan: cosa si impiccia? Proprio lui va a dare consigli su come comportarsi in famiglia?? Sicuramente dà una smossa alla situazione, che probabilmente senza il suo intervento sarebbe rimasta ferma immobile per il resto della vita dei personaggi, ma adesso credo inizierà l'inesorabile discesa.
Inoltre non ho capito se il tentato suicidio di Vronskij sia stato fatto con la volontà reale di uccidersi o se davvero, come dice lui, si è trattato di un errore. In entrambi i casi è stato ridicolo o, meglio, grottesco. In generale mi sembra che Anna e Vronskij facciano anche un bel po' di commedia: hanno queste reazioni esagerate che finiscono per cadere nel ridicolo (ad esempio anche quando Anna è a letto e fa tutta la scena della moribonda... ). Per quanto riguarda Anna, soprattutto, non credo che finga, ma secondo me esagera molto: soprattutto mi hanno lasciata perplessa tutti suoi i versi da moribonda, mentre contemporaneamente viene descritto il suo colorito sano e le guance rosee. Meno male che ci sono Levin e Kitty che con il loro amore sdolcinato (la scena in cui indovinano i "messaggi segreti" è da carie) mi mandano in brodo di giuggiole!!
Nel complesso questa parte mi ha dato l'idea della quiete prima della tempesta; credo che si stia creando una sorta di momento morto, una pausa apatica in tutti i personaggi, che anticipa una prevedibile frenesia di eventi (infatti immagino proprio che nella parte 5 troveremo i preparativi del matrimonio di Levin e Kitty, e i dettagli della partenza e della nuova vita di Anna e Vronskij, oltre a quello che farà Alekséj Aleksandrovic dopo la fuga della moglie).
Quante volte si era detto che quell'amore era la felicità; ed ecco che lei lo amava, come può amare una donna per la quale l'amore ha avuto molto più peso di qualsiasi altro bene nella vita, eppure era molto più lontano dalla felicità di quando era partito da Mosca per seguirla.
La guardava come uno guarda il fiorellino da lui strappato e ormai appassito, nel quale fatica a riconoscere la bellezza che gliel'aveva fatto strappare e rovinare. E, nonostante questo, sentiva che allora, quando il suo amore era più forte, avrebbe potuto, se lo avesse fortemente voluto, strappare quell'amore dal suo cuore, ma adesso, quando, come in quel momento, gli sembrava di non provare più amore per lei, sapeva che la sua relazione con lei non poteva essere troncata.
Lui vedeva soltanto i suoi occhi limpidi, sinceri, spaventati da quella stessa gioia d'amore, di cui anche il suo cuore traboccava. Questi occhi rilucevano sempre più vicini, più vicini, accecandolo. Le sue braccia si alzarono e si abbassarono sulle spalle di lui.


12-18 dicembre - Parte 5
Mamma mia come sono in ritardo!! Però non mollo, perché nonostante la lentezza con cui progredisco (dovuta non alla pesantezza del libro, ma alla mancanza di tempo) mi sto sempre più innamorando di questo romanzo.
Questa parte si apre con il matrimonio di Kitty e Lévin: i due sono tenerissimi ed emozionati e non si accorgono minimamente di tutti i soliti, orrendi commenti che gli invitati riescono comunque a fare, anche in questa occasione felice.
La vita matrimoniale, invece, è inizialmente difficile per entrambi in quanto la realtà si presenta molto più "banale" rispetto a ciò che avevano immaginato. Vedi, la brutta abitudine a non provare la convivenza? XD
Davvero molto commovente e angosciante tutto l'episodio della malattia di Nicolaj. Mentre Lévin è completamente inerme di fronte alla morte e al dolore, Kitty mostra i risultati della sua precedente esperienza alle terme: adesso è perfettamente in grado di accudire un malato, non solo dal punto di vista pratico, ma soprattutto è capace di comportarsi in modo del tutto naturale ed offrire a tutti il sostegno morale di cui hanno bisogno.
Tornando ad Anna&Co., la situazione per me diventa sempre più complicata: da una parte ho sempre pensato che una madre sarebbe disposta a sacrificare tutto per i propri figli e non riesco a spiegarmi come sia possibile che lei preferisca separarsene e lasciar crescere Sereza senza una madre piuttosto che accettare di vivere con un uomo che non ama e lasciare Vronskij (che non la rende felice comunque). Dall'altra parte penso a Dolly, che ha fatto esattamente la scelta opposta a quella di Anna, accettando l'indifferenza del marito e i suoi tradimenti pur di mantenere apparentemente invariata la sua situazione. Non saprei dire quale delle due mi fa più pena, sicuramente la scelta di Anna è più difficile e più "rivoluzionaria", e infatti la reazione della buona società è quella di escluderla, ma non sarei in grado di condannare nessuna delle due. Sereza, comunque, mi ha fatto tanta tenerezza, perché alla fine è l'unica vera vittima di tutto quello che sta accadendo.


19-25 dicembre - Parte 6
Torno finalmente ad aggiornare la lettura di questo romanzo: io proprio con i gdl non vado d'accordo, o sono troppo rapida, oppure sono troppo, troppo lenta. Ormai abbiamo capito che Tolstoj ha deciso di raccontarci la storia alternando il suo sguardo sui coniugi Lévin e su Anna e Vronskij. In questa parte, la serena, anche se un po' caotica, quotidianità dell'estate in casa Lévin (mi hanno fatta sorridere i velati battibecchi tra la principessa madre di Kitty e la domestica Aglaja sulla preparazione della marmellata) viene interrotta dall'arrivo di Stepàn e del suo amico Vàsen'ka che portano in casa un po' di scompiglio: il nuovo arrivato, infatti, attira l'attenzione di Varen'ka e l'ostilità di Lèvin, la cui scenata di gelosia alla moglie l'ha reso ancora più umano. Si vede che nella sua gelosia c'è solo il grande amore nei confronti della moglie, mentre l'altra scena di gelosia a cui assistiamo in questa sesta parte, quella di Anna nei confronti di Vronskij, è una gelosia non sana, frutto dell'ossessione di questa donna che non riesce proprio a capire cosa vuole dalla vita. Anna mi fa sempre più pena, perché non riesce a trovare pace, mai: ci ha provato nascondendo la sua relazione al marito e non ha funzionato; ci ha provato manifestandola e rendendola pubblica, ma anche in questo caso non ha trovato pace; ci ha provato infine andando via con Vronskij, credendo che vivere appieno questo amore avrebbe potuto farle bene e invece è sempre peggio. Inoltre, mentre Vronskij al ritorno in Russia riesce a trovare nella politica una valida alternativa a ciò che ha abbandonato per Anna (la carriera militare), Anna si scontra continuamente con l'ostilità di una società che vede in lei la sola colpevole. L'unico è Lévin, che sappiamo essere piuttosto conservatore nelle sue idee, e rimane coerente a se stesso: non vuole avere a che fare con nessuno dei due! ^_^ Come sempre, Dolly non ha deluso le mie aspettative su di lei: è una donna incredibilmente in gamba, che riesce sempre a far buon viso a cattivo gioco, sia se si tratta di tenere unita la famiglia pur di fronte al marito che si ritrova, sia quando si tratta di non farsi intimorire di fronte ad un lusso che non le appartiene, e anzi, mantenendo sempre salda la sua dignità. Vorrei davvero sperare che per lei Tolstoj abbia riservato un futuro se non roseo, almeno sereno.
"E tutto questo perché? Che cosa sortirà da tutto questo? Che io, senza un attimo di tregua, ora incinta, ora in allattamento, sempre arrabbiata, brontolona, vessata io stessa e vessatrice degli altri, odiosa a mio marito, avrò speso la mia vita a crescere figli infelici, poveri e maleducati." (Dolly)
"Se la prendono con Anna. Perché, poi? Io sarei forse migliore? Io almeno ho un marito che amo. Non così come vorrei, ma lo amo; se Anna invece non amava il suo? Che colpa ne ha? Vuole vivere. Dio ce l'ha impresso nell'anima. Molto probabilmente io avrei fatto la stessa cosa. Del resto tuttora non so se ho fatto bene a darle retta in quel momento terribile in cui era venuta da me a Mosca. Allora avrei dovuto lasciare mio marito e cominciare daccapo un'altra vita. Perché, forse ora è meglio? Non lo stimo. Ho bisogno di lui." pensava del marito "e lo sopporto. E' meglio così? Allora magari potevo anche piacere, mi restava la mia bellezza." (Dolly)
Tutto quel giorno le era sembrato di recitare a teatro con attori migliori di lei, e che la sua cattiva recitazione rovinasse tutto. (Dolly)


26 dicembre - 1 gennaio - Parte 7< Non posso parlare di questo capitolo senza iniziare dalla sua conclusione, apice dell'intero romanzo: Anna giunge al massimo della sua disperata autocoscienza e nel capitolo 31 Tolstoj ci spiega esattamente, attraverso le lucide parole di Anna, tutto quello che fino ad ora si era percepito, ma non era mai stato detto apertamente. Anna sa che per Vronskij la loro storia è sempre stata solo "l'appagamento della propria vanità" (cit.); si rende conto di essere insoddisfatta, che anche se dovesse ottenere il divorzio e l'affidamento del figlio non sarebbe mai felice. Lei è cosciente del fatto che la società non le perdonerà mai il suo atto di ribellione, il suo non accontentarsi di una relazione clandestina (che sarebbe stata tranquillamente accettata), la sua sfida alle convenzioni, e Vronskij non coglie tutti questi segnali: tornati a Pietroburgo lui non riesce a resistere al richiamo della società, che lo riaccoglie senza problemi e Anna si trova esclusa da tutto e soprattutto completamente incompresa. Non posso negare che in alcuni momenti capivo le reazioni esasperate di Vronskij alle mille provocazioni di lei, ma non c'è mai stata una volta in cui lui abbia mostrato di rendersi davvero conto di ciò che lei stava passando. Karénin, che compare per l'ultima volta nel romanzo in questa settima parte, mi ha davvero schifata: quel suo "lampo" iniziale di generosità si è rivelato, come sospettavo, del tutto passeggero; adesso si fa trascinare dalla contessa Ivanovna nella sua religiosità ottusa e bigotta che si sposa così bene con il suo carattere del tutto inesistente e con la sua vigliaccheria e non pensa neanche lontanamente a poter liberare Anna dal giogo del matrimonio: proprio il tipico atteggiamento del buon cristiano. I Lévin, invece, proseguono con la loro vita famigliare; solo la serenità di lui è disturbata dalla sua lotta interiore con la propria anima. La nascita del primo figlio, poi, crea in Lévin ancora più scombussolamenti, perché è prova un sentimento a metà tra l'amore per questo bambino e la pena a vederlo così indifeso. La parte si conclude tragicamente con la morte di Anna, e dopo aver visto la sua fine mi sono sinceramente chiesta cosa avesse ancora Tolstoj da dire.

E a un tratto capì quel che aveva nell'animo. Si, era l'idea che da sola risolveva tutto. "Si, morire!..."
Ora pensava quanto la vita avrebbe potuto ancora essere felice, con quanto tormento lo amasse e lo odiasse, e quanto furiosamente le battesse il cuore.
In quello stesso istante inorridì di quel che stava facendo. "Dove sono? Che cosa faccio? Perché?" Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d'inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. "Signore, perdonami tutto!" proferì, sentendo che era impossibile lottare.


02 - 08 gennaio - Parte 8
Ecco cosa aveva da dire Tolstoj in questa ultima parte: doveva "chiudere i conti" con Lévin. Purtroppo per fare ciò ha completamente abbandonato Anna, ricordandola solo all'inizio, con il dolore di Vronskij che parte volontario per la guerra e le parole avvelenate della madre, che nemmeno nella morte perdona ad Anna le sue "colpe", anzi, il dolore causato al figlio la porta ad odiarne ancora di più la memoria. Nonostante la storia di Anna sia purtroppo terminata nella parte 7, questi ultimi capitoli mi hanno molto affascinata, perché in esse Tolstoj ci pone di fronte al dilemma che prima o poi tutti gli uomini si trovano ad affrontare: la fede. Lévin riesce finalmente a fare pace con sé stesso e con la sua inquietudine, cosa che invece non è riuscita a fare Anna, e riesce a trovare un equilibrio spirituale che consiste non nel pretendere la "santità" da sé stesso, ma nella ferma intenzione di agire sempre con l'obiettivo di compiere il bene.
"Continuerò sempre ad arrabbiarmi con il cocchiere Ivàn, continuerò a discutere, esprimerò i miei pensieri a sproposito, ci sarà sempre lo stesso muro fra il sacrario della mia anima e gli altri, perfino mia moglie, la rimprovererò sempre per i miei spaventi e poi me ne pentirò, non capirò mai con la ragione perché prego e continuerò a pregare, ma la mia vita adesso, tutta la mia vita, indipendentemente da tutto quel che può succedermi, in ogni suo istante non solo non è priva di senso come prima, ma ha un sicuro significato per il bene che ho il potere d'infondervi


Commento conclusivo
Sono rimasta completamente stregata da questo romanzo e dai personaggi che ne sono protagonisti, soprattutto i tre che più di tutti mi hanno colpita: Anna, Lévin e Dolly. Ciascuno di questi personaggi è tormentato, è consapevole della propria infelicità e cerca di trovare un equilibrio nel modo che più si adatta al suo carattere e alla sua situazione; purtroppo solo Anna non riuscirà a trovarlo.
Più volte durante la lettura sono rimasta meravigliata dall'abilità di Tolstoj di descrivere l'animo dei suoi personaggi, perché mi è capitato spessissimo di ritrovare in loro sentimenti, sensazioni ed emozioni che conosco perfettamente; questo è un aspetto che mi colpisce sempre molto quando lo ritrovo in romanzi scritti in epoche e luoghi molto diversi da quelli in cui vivo io e che mi fanno rendere conto di quanto, dopo tutto, siamo davvero tutti fatti nello stesso modo, con le stesse paure, gli stessi difetti, gli stessi bisogni, le stesse angosce.
Ho terminato molto tardi la lettura di questo libro rispetto ai tempi del gdl, ma credo di aver fatto bene, perché mi sono presa tutto il tempo che mi serviva per entrare profondamente in ogni singolo capitolo e in ogni singola situazione. Adesso ho intenzione di vedere le trasposizioni cinematografiche di questo meraviglioso capolavoro, anche se come sempre ho paura di rimanere delusa dall'interpretazione altrui di un romanzo che mi ha comunicato così tanto.