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[Recensione] Benedizione, di Kent Haruf


Ci sono romanzi con i quali ho bisogno di prendermi del tempo prima di poter buttare giù due righe: ho bisogno di farmeli entrare dentro e mettere insieme le idee. Con Benedizione non ne sento la necessità: appena chiuso il libro (o meglio, spento il Kobo) avevo già chiare in mente le parole che avrei scritto, devo solo renderle abbastanza efficaci da convincervi a leggerlo assolutamente.

Si, perché Benedizione è un libro bellissimo scritto in modo magistrale, una storia di rimpianti che però non scade mai nel patetico. Il romanzo è ambientato a Holt, in Colorado e vede il protagonista, Dad Lewis, affrontare la sconvolgente notizia di avere ancora poche settimane di vita a causa di un cancro ormai in stadio avanzato e incurabile. Accanto a lui ci sono la moglie Mary, che è stata al suo fianco per tutta la vita, la figlia Lorraine che ha a sua volta perso la propria figlia in un incidente stradale e una serie di altri personaggi, abitanti di Holt, che a causa della malattia di Dad si stringono attorno alla famiglia. Ma non solo: ad accompagnare Dad verso la fine ci sono anche i rimpianti e i sensi di colpa di una vita intera fatta di duro lavoro ma anche di durezza e rigidità.

Il romanzo si dipana tra presente e passato, tra la quotidianità e i ricordi ma senza mai dei veri e propri stacchi netti. È un po' come se tutto ciò che avviene nel romanzo stia accadendo il quel determinato momento e ciò è effettivamente quello che succede quando ricordiamo: ci perdiamo nel passato mantenendo sempre un'ancora con il presente. I capitoli sono brevi e il focus non resta sempre e solo su Dad ma si sposta seguendo gli altri cinque o sei personaggi-chiave della storia. 
Lo stile è essenziale e asciutto, ogni parola è misurata, necessaria esattamente così com'è scritta. I dialoghi sono formidabili, sia perché la scelta di omettere le virgolette rende la scrittura un "tutto" fluido che avvinghia il lettore e non lo lascia andare finché non si è giunti all'ultima pagina, sia perché ogni parola pronunciata da ciascun personaggio è parte integrante della personalità del personaggio stesso.

Parliamo poi dell'atmosfera: quella che si respira in Benedizione è una sensazione di costante attesa che pervade l'intero romanzo. L'attesa della morte di Dad incombe su tutti i personaggi come una cappa, come il caldo soffocante che sembra rallentare lo scorrere del tempo e lasciare i personaggi quasi sospesi tra ricordi e dilemmi morali, tra occasioni perse e scelte sbagliate.

Benedizione è un romanzo straordinario nella sua semplicità e nel suo modo asciutto di raccontare, senza infiocchettamenti o inutili sentimentalismi, eventi tutto sommato ordinari, quotidiani (vita, morte, errori, rimpianti... tutti prima o poi ci arriviamo). Eppure si piange, ma mi sono resa conto che le mie lacrime più che di commozione sono state di liberazione, di sfogo per quell'attesa che alla fine si spezza e che libera i personaggi ma anche noi lettori. Perché nonostante tutto, la vita va avanti.

Voto: 9,5/10

♥ Questo libro fa per voi se... se... non lo so, sono rimasta dieci minuti buoni a cercare un "se". La questione è che secondo me questo libro è meraviglioso, quindi fa per voi se volete leggere un libro meraviglioso.

[Mini-recensione] Il ballo, di Irène Némirovsky


Salve biblionauti! Oggi torno per smaltire un po' di post arretrati e per inaugurare un nuovo format che - vi dirò la verità - non piace a me per prima, ma che purtroppo mi vedo costretta ad utilizzare perché devo fare i conti con la crisi da blogger a cui è passata la voglia di scrivere. Ad essere sincera non mi è passata la voglia di scrivere in generale, si è affievolita quella di commentare i libri che leggo, ovvero il fulcro centrale e l'unica ragione per cui ho aperto questo blog *_* *_* 

Dopo aver attraversato tutte le fasi della disperazione, dal "a cosa serve un blog di recensioni che non scrive recensioni" al "quasi quasi lo chiudo" ho deciso di essere meno drastica e di limitarmi ad assecondare questa momentanea fase calante continuando ad aggiornare le mie letture ma dedicando loro il minimo indispensabile ad evitarmi sensi di colpa pubblicando, quando necessario, delle mini-recensioni.

Spero che nonostante questo cambiamento di stile (che mi auguro sia solo momentaneo) vi rimanga la voglia di condividere con me le vostre impressioni sui libri letti, farmi sapere cosa ne pensate, se vi incuriosiscono e magari utilizzare i commenti per approfondire qualche aspetto che non trova spazio nel post.

Ma passiamo al libro.

Il mio primo incontro con la Nèmirovsky è stato folgorante e mi ha fatto completamente perdere la testa per lo stile netto e duro di quest'autrice che in meno di cento pagine è riuscita a trasmettermi tutto ciò che era sua intenzione raccontarmi. 

Il romanzo è incentrato sul conflitto tra una madre, ancora abbastanza giovane da potersi godere la vanità di entrare finalmente a far parte del mondo dei ricchi dopo una vita di povertà, e una figlia quattordicenne ansiosa di sbocciare; entrambe vedono nell'altra un limite alla propria libertà e vivono in bilico tra l'affetto e l'odio reciproco. Il rancore che si respira in queste pagine è quasi materiale; in realtà leggendo "Il ballo" ho avuto la sensazione che tutte le emozioni prendessero corpo davati ai miei occhi, acquistassero una fisicità e una materialità stupefacenti. 

Se la Nèmirovsky ha scritto così tutti i suoi romanzi, credo che andremo molto d'accordo.

Voto: 8.5/10
♥ Questo libro fa per voi se... siete convinti che i racconti siano troppo brevi per poter davvero reggere il confronto con un romanzo. "Il ballo" farà crollare tutti i vostri pregiudizi.

Il gioco di Ripper

(El juego de Ripper)
di Isabel Allende

Formato: Paperback, 462 pagine
Editore: Feltrinelli, 2013
Genere: Teatro
Data prima pubblicazione: 1606
Lettura n.: 04/2016
Preso da: Regalo (cartaceo) + prestito MLOL (ebook)


Voto: 7.5/10


“Mia madre è ancora viva, ma sarà uccisa Venerdì Santo a mezzanotte” lo avvertì Amanda Martín e l’ispettore capo la prese sul serio, visto che aveva dato prova di saperne più di lui e di tutti gli agenti della Sezione Omicidi. La donna era prigioniera da qualche parte nei diciottomila chilometri quadrati della Baia di San Francisco, avevano poche ore per trovarla ancora in vita e lui non sapeva da dove cominciare.
(incipit)


✎ Il mio parere
Ho iniziato "Il gioco di Ripper" per prendere fiato durante una delle letture più noiose che mi sian capitate negli ultimi anni (e che purtroppo non riesco proprio a proseguire, tanto che credo la abbandonerò) e non avrei potuto fare una scelta più azzeccata: il romanzo è un mix tra un thriller e un romanzo familiare, e quello che nelle mani di uno scrittore normale si sarebbe rivelato un pasticcio inimmaginabile, con la fantastica abilità narrativa della Allende si è trasformato nel thriller più emotivamente approfondito che abbia mai letto. Il motivo per cui di solito non leggo thriller, infatti, è proprio la sproporzione tra l'importanza della trama e l'approfondimento dei personaggi, che nel 90% dei casi non esiste perché l'essenziale in un thriller è l'azione. Sì, centra anche il fatto che sono una fifona e la tensione del thriller mi fa venire l'ansia, ma per la maggior parte i miei problemi con questo genere riguardano la scarsa empatia. Con questo romanzo non si corre alcun rischio di superficialità perché a costo di rallentare un po' il ritmo (soprattutto per chi cerca tanta azione) la Allende ci regala un ritratto molto intimo dei suoi personaggi, che diventano degli amici da cui è difficile separarsi una volta chiusa l'ultima pagina.

Nel complesso comunque credo che i tempi del romanzo siano stati gestiti molto bene: è vero che in proporzione la parte "poliziesca" è minore rispetto quella dedicata all'approfondimento dei personaggi e delle loro relazioni, ma per quanto mi riguarda questo non ha mai né compromesso la tensione del romanzo nei momenti "clou", né l'intimità della scrittura quando serviva per creare più atmosfera. Anzi, l'aver ritrovato in parte quel calore con cui la Allende è solita mostrarci i suoi protagonisti è stato per me un motivo di maggiore immedesimazione nella storia.

Rispetto a ciò a cui questa autrice ci ha abituato, l'elemento di realismo magico è quasi assente; dico quasi perché ogni tanto in qualche immagine particolarmente evocativa o qualche capacità extrasensoriale salta fuori (la Allende non ce la fa proprio ad eliminarla del tutto), però il romanzo non si inserisce assolutamente nel suo filone "classico", il che per me è un bene, perché è giusto che uno scrittore ogni tanto si metta alla prova ed esca un po' dal seminato, specialmente se dotato e abile come lei. Per me scoprire una Allende scrittrice di thriller è stata una bellissima sorpresa e per quanto io adori quel sentore di magia che si respira nei suoi romanzi, sono rimasta soddisfatta da questo esperimento.

Per finire, giustamente parliamo del finale (che metto come sempre sotto spoiler): devo ammettere che mi ha spiazzato, prima con Carol e poi con Gary... questo ultimo colpo di scena nel colpo di scena non mi ha entusiasmato del tutto, mi sarebbe bastato rendermi conto che dietro tutto ci fosse l'insospettabile Carol, però devo dire che con me ha centrato l'obiettivo: non me lo sarei mai aspettato! C'è da dire che io sono una pippa allucinante nei gialli e non indovinerei il colpevole nemmeno se mi ballasse nudo davanti agli occhi, però effettivamente mi ha stupita. Mi è dispiaciuto invece moltissimo per il povero Ryan: la sua fine è credibile, non posso criticarla e anzi, finalmente un eroe che muore e non si salva per il rotto della cuffia, però mi è dispiaciuto un sacco e una piccola parte di me avrebbe desiderato il tanto agognato lieto fine... leggere l'epilogo mi ha quasi fatta piangere!


♥ Questo libro fa per voi se... siete curiosi di scoprire una Isabel Allende inedita scrittrice di thriller.


Periodo di lettura: 22 - 26 gennaio 2016
Ambientazione: USA
Opere derivate: -
Sfide: sfida LGS - sfida Bookopoly - sfida TBR 2016 -

Recensione: "Cecità"

Buon sabato a tutti, finalmente l'autunno è arrivato davvero (e con sé mi ha portato una simpaticissima tosse che non mi fa dormire) e possono ricominciare i miei pigri weekend casalinghi, fatti di blog, letture e film sotto la copertina... che bellezza!!

Oggi pubblico la recensione dell'unico romanzo che ho iniziato e terminato in settembre: spero davvero che ottobre mi permetta di avere più tempo anche perché come vi ho già detto nell'ultimo post ho iniziato una lettura non esattamente leggerissima e a cui devo dedicare del tempo se non voglio tirarmela avanti fino all'anno prossimo.


(Ensaio sobre a Cegueira)
di José Saramago

Formato: Paperback, 276 pagine
Editore: Feltrinelli, 2010
Genere: Mistery, avventura
Data prima pubblicazione: 2005
Lettura n.: 49/2015
Preso da: Libreria


Voto: 9.5/10

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell'omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell'asfalto, non c'è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell'aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c'è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.
Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev'esserci un problema meccanico, l'acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un'avaria nell'impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell'automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l'automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l'uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall'altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.
incipit
Commento
E' la prima volta che leggo un romanzo di José Saramago (autore premio Nobel per la letteratura nel 1998) e prima di cominciarlo non sapevo bene cosa aspettarmi, avendo sentito i più svariati commenti su quanto fosse bello ma al tempo stesso angosciante, sullo stile di scrittura difficile, sul finale deludente.

Cecità è la cronaca di ciò che accade quando un giorno comincia a diffondersi un'epidemia di cecità: improvvisamente, una dopo l'altra, le persone perdono completamente la vista trovandosi immersi in una luminosità bianca e compatta che non svanisce nemmeno chiudendo gli occhi.

La reazione iniziale del governo di questa città senza nome è quella di mettere subito in quarantena tutti i ciechi e le persone che sono state loro vicine, nella speranza di fermare l'epidemia, ma senza risultato: nonostante i provvedimenti la cecità dilaga e la società entra nel caos più totale.

Lo stile di questo romanzo è effettivamente molto particolare: si articola in periodi lunghi, con molte subordinate e la punteggiatura è costituita esclusivamente da virgole, punti e lettere maiuscole, che assolvono a tutte le funzioni solitamente svolte dagli altri segni; anche i dialoghi sono tutti introdotti da una virgola e lettera maiuscola. Pur essendo molto facile e rapido abituarsi a questo stile (o almeno lo è stato per me), è necessario mettere molta attenzione nella lettura in quanto è sufficiente solo una minima distrazione per disorientarsi e perdere il filo. Questo stratagemma porta il lettore ad immergersi talmente nella storia da rendere l'immedesimazione estremamente profonda: a me è capitato un paio di volte di alzare gli occhi dal libro e di stupirmi di non trovarmi davvero in un mondo di ciechi ma di essere nella mia realtà, magari sul mio divano o nel mio letto... è stata un'esperienza di una profondità unica che credo non mi sia mai capitato di provare prima.

Il narratore è esterno e onnisciente così, nonostante segua principalmente un gruppo di personaggi, fornisce sempre al lettore un quadro generale della situazione, anche riguardo fatti che i protagonisti non possono conoscere (ad esempio, quello che passa nella testa dei politici o delle guardie).

Nel romanzo non viene mai citato un nome di persona: i personaggi non vengono mai chiamati nemmeno dal narratore con i loro nomi, bensì con delle caratteristiche che li rappresentano, spesso legate al loro passato di vedenti come il medico, la moglie del medico, il primo cieco, il ragazzo strabico. Questo perché nella cecità i nomi perdono di significato: cosa importa sapere che il mio vicino di letto si chiama Mario, l'importante è sapere che ho un vicino di letto ed è la sua voce quella che sento al mio fianco.

L'ambientazione divide il romanzo in due sezioni: la prima in cui i ciechi sono richiusi in un ex manicomio dal quale non possono uscire, minacciati dalle guardie che sparano su chiunque si avvicini al portone per paura della diffusione del contagio. La seconda si svolge invece per le strade della città e presenta uno scenario molto differente, di immensa desolazione in cui però i ciechi sono in parte riusciti a trovare un equilibrio.
La parte di romanzo ambientata nel manicomio è terribile: vi si creano tre diverse tipologie di dinamiche, ovvero quelle tra soldati che fanno la guardia esternamente e internati, tra chi è cieco e chi ancora non lo è diventato e tra ciechi, ma tutte sono fondate sullo stesso meccanismo: l'egoismo e la volontà di salvare sé stessi prima degli altri anche se questa salvezza è solo un'illusione. Non sto a descrivere tutto quello che accade nel manicomio, va letto, l'unico commento che posso fare riguarda il realismo della situazione narrata: sono convinta che queste siano esattamente le dinamiche che si creano tra persone che si trovano ad affrontare una situazione drammatica, ovvero il tentativo di prevaricare gli uni sugli altri anche quando l'unica speranza di salvezza sarebbe cooperare.

La seconda parte si svolge all'esterno del manicomio e ci mostra la lotta per la sopravvivenza nel mondo ormai diventato interamente cieco, in cui le uniche priorità nella vita di ciascun individuò è trovare del cibo e un riparo.

In tutto questo ho evitato di fornire un'informazione essenziale al fine di comprendere ciò che avviene nel romanzo ma che potrebbe essere uno spoiler per chi volesse godersi la storia senza alcun tipo di anticipazione: uno dei personaggi che seguiamo per tutta la storia, ovvero la moglie del medico, è l'unica persona che conserverà la vista per tutta la durata del romanzo, e sarà attraverso i suoi occhi che vedremo l'orrore in cui siamo immersi, aumentando ancora di più l'angoscia della situazione.

La conclusione del romanzo è stata quella che mi aspettavo sin dall'inizio, ma credo proprio che non avrebbe potuto concludersi altrimenti.

Cecità è un romanzo davvero sconvolgente, che colpisce come un pugno nello stomaco e obbliga ad immedesimarsi nei personaggi e a chiederci cosa faremmo noi nella stessa situazione; mi ha portato inoltre a fare molti parallelismi con gli avvenimenti della nostra attualità, perché ritengo che davvero faccia parte della natura dell'uomo mostrare il peggio di se nelle situazioni drammatiche e in cui ci sentiamo in pericolo. Fosse per me, proporrei di distribuirlo gratuitamente per strada, alle fermate degli autobus, al casello dell'autostrada, in stazione, ovunque, perché costringe a mettersi in discussione e a rendersi conto che forse non c'è bisogno di un'epidemia di cecità per far piombare l'umanità nella barbarie dell'egoismo.


Lettura: 08 - 19 settembre 2015
Ambientazione: -
La serie: #1 Cecità, #2 Saggio sulla lucidità

Recensione: "Il cimitero senza lapidi e altre storie nere"

(M is for Magic)
di Neil Gaiman

Formato: Paperback, 221 pagine
Editore: Mondadori, 2009
Genere: Racconti, per ragazzi
Data prima pubblicazione: 2007
Lettura n.: 40/2015
Preso da: Libreria


Voto: 7.5/10

C'era una strega sepolta al confine del cimitero, era un fatto risaputo. La signora Owens aveva detto praticamente da sempre a Bod di tenersi lontano da quell'angolo del mondo.
- Perché? - Le chiedeva lui.
- Non è salutare - rispondeva sempre la signora Owens. - C'è umidità in quella zona. E' praticamente una palude. Andresti incontro alla morte.
incipit "Il cimitero senza lapidi"
Commento
Mentre inizio a scrivere il commento su questo libro mi rendo conto di non ricordare praticamente nulla dei racconti narrati da Neil Gaiman ne "Il cimitero senza lapidi e altre storie nere". Non mi era mai capitato di avere, dopo così breve tempo (è passato solo un mese), un ricordo tanto sbiadito se non inesistente di un libro, specialmente quando l'autore è lui, Neil, uno dei miei preferiti! L'unica storia che ricordo bene è la prima, ma solo perché ho già letto il romanzo "Il figlio del cimitero" a cui è collegata, il resto nulla. Vuoto totale. L'unica spiegazione che riesco a darmi è di essere stata talmente stanca quando ho cominciato a leggerlo, nella mia prima settimana di ferie, da non avere avuto nemmeno la forza mentale per fare attenzione a quello che leggevo.

Sfogliando il volume, in realtà, mi sono tornate in mente un po' di cose. Ad esempio che il racconto che ho trovato in assoluto più bizzarro e simpatico è stato "La cavalleria", in cui una vecchia signora trova il Sacro Graal al mercato delle pulci, se lo porta a casa, lo mette sul camino e poco dopo alla sua porta bussa niente meno che un cavaliere templare che cerca di convincerla a consegnarglielo portandole in cambio dei doni meravigliosi. Oppure che quello più malinconico è stato "Il ponte del troll", racconto in cui un bambino (e poi ragazzo, e poi uomo) incontra sotto un ponte misterioso un Troll che vuole mangiargli l'anima, ma riesce a convincerlo a rimandare, ogni volta, promettendogli di tornare una volta vissuta la sua vita, in modo da essere più gustoso. Oppure ancora che c'è una bella lotta nell'assegnare il premio del 'ma come diamine gli è venuto in mente?' tra "Avis Soleus" e "Il caso dei ventiquattro merli": il primo non è possibile raccontarlo senza sminuirne l'assurdità e il secondo narra l'indagine sul delitto di Humpty Dumpty (proprio lui, l'uovo seduto sul muro, quello di "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò" di Lewis Carrol).

Insomma, il "tocco" magico c'è sempre, ogni storia ne è impregnata, e lo stile di Neil è inconfondibile nel mescolare inquietudine, malinconia, simpatia, assurdità e ironia; E alla fine vabè, magari il libro non me lo ricordo nei dettagli, ma Gaiman resta un genio.


Lettura: 09 - 10 agosto 2015
Ambientazione: Mille e nessuna

Recensione: "Alta fedeltà"

(High Fidelity)
di Nick Hornby

Formato: Paperback, 253 pagine
Editore: Guanda, 1996
Genere: Narrativa varia
Data prima pubblicazione: 1995
Lettura n.: 38/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 5/10

Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico:
1) Alison Ashworth
2) Penny Hardwick
3) Jackie Allen
4) Charlie Nicholson
5) Sarah Kendrew
Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura? Ammetto che rientreresti tra le prime dieci, ma no c'è spazio per te tra le prime cinque; sono posti destinati a quel genere di umiliazioni e di strazi che tu semplicemente non sei in grado di appioppare. Questo forse suona più cattivo di quanto vorrei, ma il fatto è che noi siamo troppo cresciuti per rovinarci la vita a vicenda, e questo è un bene, non un male, per cui se non sei in classifica, non prenderla sul piano personale. Quei tempi sono passati, e che liberazione, cazzo; l'infelicità significava davvero qualcosa, allora. Adesso è solo una seccatura, un pò come avere il raffreddore o essere al verde. Se volevi veramente incasinarmi, dovevi arrivare prima.
incipit
Commento
La prossima volta sparatemi. Davvero, la prossima volta che mi lascio sfuggire l'intenzione di leggere un libro di Hornby qualcuno venga qui e mi leghi tipo Ulisse con le sirene finché non è passato il pericolo.

Ogni volta è la stessa storia: parto con la speranza che questa volta sia diverso e invece ci sono sempre i soliti cliché: protagonista maschile menefreghista che non vuole prendersi responsabilità, co-protagonista femminile depressa ma che raccoglie le simpatie del lettore, citazioni musicali a manetta (forse l'unica nota positiva)... che noia, ne leggi uno e li hai letti tutti! Nel caso di questo libro poi, questi cliché sono alla massima potenza e per di più non c'è nemmeno la co-protagonista femminile che permette di salvare un minimo la storia. Qui c'è solo un protagonista insipido, irrealistico (io di ragazzi/uomini così rimbecilliti non ne ho mai conosciuti), paranoico, finto, senza un minimo di carattere... come si fa ad amare un personaggio così? Non può essere nemmeno definito un perdente ma uno a cui la vita scivola addosso, uno che non lascia traccia. Ed è tremendamente irritante, lo definirei una Becky Blomwood al maschile: la quintessenza di tutti gli stereotipi maschili.

Ciò che ho apprezzato (ma non contribuisce minimamente ad aumentare il mio gradimento del libro) è l'atmosfera anni '90 e l'ambiente musicale in cui Hornby immerge tutti i suoi romanzi: tante citazioni, tante canzoni che non conoscevo e che ho scoperto ma sono comunque arrivata alla fine del romanzo rendendomi conto che non ha lasciato assolutamente nulla...


Lettura: 26 luglio - 03 agosto 2015
Ambientazione: Londra/Inghilterra