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[Recensione] Il sosia, di Fedor Dostoevskij



Il sosia è un romanzo scritto da Dostoevskij nel 1845, un anno dopo la pubblicazione di Povera Gente, esordio acclamato dalla critica del tempo che stroncò invece questa seconda opera verso la quale l’autore nutriva grandi aspettative che si mutarono successivamente in insoddisfazione, tanto che fu addirittura sul punto di riscriverla interamente.

La storia narra la vicenda di Jakòv Petrovic’ Goljadkin, un impiegato, un personaggio assolutamente comune dalla vita identica a quella di tanti altri burocrati della Russia ottocentesca, la cui quotidianità viene completamente sconvolta dall'ingresso in scena del suo sosia, un personaggio che con lui condivide ogni cosa, dall’aspetto fisico al nome, al posto di lavoro, alle amicizie. Presto la presenza di questo sosia, con il quale inizialmente il “nostro eroe” cerca di allearsi per sbarazzarsi di “certi suoi nemici” - che per tutto il romanzo non si capirà se sono tali solo nella mente alterata del protagonista - e ottenere la stima dei suoi superiori, si trasforma in un vero e proprio incubo quando il Goljadkin-junior, come viene denominato nel romanzo per distinguerlo dal vero Goljadkin, inizia a manovrare in modo infido per iniziare una scalata sociale che porterà Goljadkin-senior alla totale rovina.

La lettura de Il sosia è stata, nonostante le sue 250 pagine, estremamente faticosa. Come sempre Dostoevskij si dimostra un maestro nell’arte di dipingere le ossessioni dei suoi personaggi, rendendo alla perfezione - nei loro discorsi, nella gestualità, nelle espressioni - la confusione delle loro menti. Il ritmo della narrazione è gestito in modo da acuire la sensazione di smarrimento: in modo completamente disordinato si alternano brani di una lentezza esasperante a momenti di azione frenetica e di repentini cambi di umore. La confusione mentale del protagonista si rivela nel continuo mutamento delle sue opinioni e delle sue emozioni: ogni stato d’animo che esprime forza ed energia si muta nel giro di poche righe, a volte addirittura all’interno della stessa frase, nel suo esatto opposto.

Nel procedere attraverso le vicende di Goljadkin noi lettori non abbiamo mai la certezza di cosa stia davvero accadendo: Goljadkin-junior esiste veramente? Lo fa pensare il fatto che tutti i personaggi interagiscono con lui. Oppure è solo un parto della mente di Goljadkin-senior, come possono far credere le risposte evasive del servitore Petruska o gli sguardi di pietà e di derisione che spesso gli lanciano colleghi e superiori? Questo, unito alla scelta di presentare un narratore esterno che ci propone il flusso dei pensieri Goljadkin-senior alternandola al resoconto delle sue azioni e dei suoi movimenti, che spesso si contraddicono tra loro producendo un effetto grottesco, rappresenta un altro elemento che incrementa nel lettore la sensazione di disorientamento.

Insomma, affrontare questo romanzo è stato per me tanto faticoso quanto per il protagonista tentare di liberarsi del suo sosia: una paranoia stressante che ti perseguita continuamente, anche lontano dalla lettura. E cosa si fa quando un libro ti fa provare le stesse emozioni, seppur di ansia e fastidio, e nella stessa intensità di quelle provate dal protagonista? Gli si danno cinque stelle come minimo.

Mancava poco alle otto del mattino allorché il consigliere titolare Jakòv Petrovic Goljadkin si svegliò da un lungo sonno, fece uno sbadiglio, si stiracchiò e aprì finalmente del tutto gli occhi. Per due minuti, però, rimase a giacere immobile nel suo letto come un uomo non completamente sicuro se sia sveglio o se ancora dorma e se tutto ciò che accade intorno a lui sia realtà o non piuttosto la continuazione di un fantastico sognare. Ma ben presto i sensi del signor Goljadkin ripresero ad accogliere, più chiare e più precise, le consuete, abituali impressioni.
(incipit)
Voto: 9.5/10

♥ Questo libro fa per voi se... volete approfondire il tema del doppio in letteratura con un romanzo difficile ma imprescindibile.

Le notti bianche

(Белые ночи)
di Fedor Dostoevskij

Formato: Ebook, 89 pagine
Editore: Garzanti, 2014
Genere: Racconto, classici
Data prima pubblicazione: 1848
Lettura n.: 05/2016
Preso da: Kobo store


Voto: 10/10


Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? Anche questa è una domanda da giovani, amabile lettore, molto da giovani, ma voglia il Signore mandarvela il più sovente possibile nell’anima! … Parlando d’ogni sorta di signori capricciosi e collerici, non ho potuto fare a meno di rammentare anche la mia saggia condotta in tutta quella giornata.
(incipit)


✎ Il mio parere
Un piccolo capolavoro con la capacità di commuovere come solo i grandi romanzi riescono a fare. Di solito non amo i racconti perché sono troppo brevi per permettermi entrare davvero in empatia con i personaggi ma in questo racconto i sentimenti dei protagonisti sono così intensi e l'immedesimazione così facile che avrei voluto durasse per sempre.

Il protagonista è un sognatore che vive una vita a sé, separata e diversa da quelle di tutti gli altri: la sua intera esistenza si svolge attorno alle sue fantasticherie, non trovando nella realtà nulla che lo appassioni come quei suoi sogni, al cui confronto la vita di ogni giorno è spenta e grigia. Questa sua condizione lo porta però ad essere irrimediabilmente solo e l'angoscia di questa solitudine, che traspare dal monologo del sognatore nella "seconda notte", è qualcosa di struggente. L'incontro con Nasten'ka diventa quindi per il sognatore un evento straordinario ciò che lo illude di poter uscire dalla sua solitudine, e l'amicizia che instaura con lei il suo unico pensiero: anche Nasten'ka è una sognatrice e insieme i due vivono quattro frenetiche notti che si concluderanno, per il nostro sognatore con un brusco ritorno alla realtà, per me con una stretta al cuore.

Se vi interessa approfondire i temi del racconto vi lascio il link al sito Kasparhauser.net dove potete trovare un articolo davvero interessante e ben scritto; a breve pubblicherò il post relativo alla trasposizione teatrale di quest'opera che ho visto al Teatro Out-Off a Milano e nel quale parlerò più nel dettaglio sia del racconto che della trasposizione.


♥ Questo libro fa per voi se... volete avvicinarvi a Dostoevskij ma vi spaventano i mega-romanzi o se volete volete leggere un'opera che sia in grado di farvi vibrare cuore e anima con due soli personaggi e meno di cento pagine.


Periodo di lettura: 26 - 29 gennaio 2016
Ambientazione: Pietroburgo/Russia
Opere derivate: "Le notti bianche" di Luchino Visconti - "Quattro notti di un sognatore" di Robert Bresson - numerose trasposizioni teatrali
Sfide: sfida dei classici
  

Recensione: "Cecità"

Buon sabato a tutti, finalmente l'autunno è arrivato davvero (e con sé mi ha portato una simpaticissima tosse che non mi fa dormire) e possono ricominciare i miei pigri weekend casalinghi, fatti di blog, letture e film sotto la copertina... che bellezza!!

Oggi pubblico la recensione dell'unico romanzo che ho iniziato e terminato in settembre: spero davvero che ottobre mi permetta di avere più tempo anche perché come vi ho già detto nell'ultimo post ho iniziato una lettura non esattamente leggerissima e a cui devo dedicare del tempo se non voglio tirarmela avanti fino all'anno prossimo.


(Ensaio sobre a Cegueira)
di José Saramago

Formato: Paperback, 276 pagine
Editore: Feltrinelli, 2010
Genere: Mistery, avventura
Data prima pubblicazione: 2005
Lettura n.: 49/2015
Preso da: Libreria


Voto: 9.5/10

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell'omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell'asfalto, non c'è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell'aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c'è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.
Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev'esserci un problema meccanico, l'acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un'avaria nell'impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell'automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l'automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l'uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall'altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.
incipit
Commento
E' la prima volta che leggo un romanzo di José Saramago (autore premio Nobel per la letteratura nel 1998) e prima di cominciarlo non sapevo bene cosa aspettarmi, avendo sentito i più svariati commenti su quanto fosse bello ma al tempo stesso angosciante, sullo stile di scrittura difficile, sul finale deludente.

Cecità è la cronaca di ciò che accade quando un giorno comincia a diffondersi un'epidemia di cecità: improvvisamente, una dopo l'altra, le persone perdono completamente la vista trovandosi immersi in una luminosità bianca e compatta che non svanisce nemmeno chiudendo gli occhi.

La reazione iniziale del governo di questa città senza nome è quella di mettere subito in quarantena tutti i ciechi e le persone che sono state loro vicine, nella speranza di fermare l'epidemia, ma senza risultato: nonostante i provvedimenti la cecità dilaga e la società entra nel caos più totale.

Lo stile di questo romanzo è effettivamente molto particolare: si articola in periodi lunghi, con molte subordinate e la punteggiatura è costituita esclusivamente da virgole, punti e lettere maiuscole, che assolvono a tutte le funzioni solitamente svolte dagli altri segni; anche i dialoghi sono tutti introdotti da una virgola e lettera maiuscola. Pur essendo molto facile e rapido abituarsi a questo stile (o almeno lo è stato per me), è necessario mettere molta attenzione nella lettura in quanto è sufficiente solo una minima distrazione per disorientarsi e perdere il filo. Questo stratagemma porta il lettore ad immergersi talmente nella storia da rendere l'immedesimazione estremamente profonda: a me è capitato un paio di volte di alzare gli occhi dal libro e di stupirmi di non trovarmi davvero in un mondo di ciechi ma di essere nella mia realtà, magari sul mio divano o nel mio letto... è stata un'esperienza di una profondità unica che credo non mi sia mai capitato di provare prima.

Il narratore è esterno e onnisciente così, nonostante segua principalmente un gruppo di personaggi, fornisce sempre al lettore un quadro generale della situazione, anche riguardo fatti che i protagonisti non possono conoscere (ad esempio, quello che passa nella testa dei politici o delle guardie).

Nel romanzo non viene mai citato un nome di persona: i personaggi non vengono mai chiamati nemmeno dal narratore con i loro nomi, bensì con delle caratteristiche che li rappresentano, spesso legate al loro passato di vedenti come il medico, la moglie del medico, il primo cieco, il ragazzo strabico. Questo perché nella cecità i nomi perdono di significato: cosa importa sapere che il mio vicino di letto si chiama Mario, l'importante è sapere che ho un vicino di letto ed è la sua voce quella che sento al mio fianco.

L'ambientazione divide il romanzo in due sezioni: la prima in cui i ciechi sono richiusi in un ex manicomio dal quale non possono uscire, minacciati dalle guardie che sparano su chiunque si avvicini al portone per paura della diffusione del contagio. La seconda si svolge invece per le strade della città e presenta uno scenario molto differente, di immensa desolazione in cui però i ciechi sono in parte riusciti a trovare un equilibrio.
La parte di romanzo ambientata nel manicomio è terribile: vi si creano tre diverse tipologie di dinamiche, ovvero quelle tra soldati che fanno la guardia esternamente e internati, tra chi è cieco e chi ancora non lo è diventato e tra ciechi, ma tutte sono fondate sullo stesso meccanismo: l'egoismo e la volontà di salvare sé stessi prima degli altri anche se questa salvezza è solo un'illusione. Non sto a descrivere tutto quello che accade nel manicomio, va letto, l'unico commento che posso fare riguarda il realismo della situazione narrata: sono convinta che queste siano esattamente le dinamiche che si creano tra persone che si trovano ad affrontare una situazione drammatica, ovvero il tentativo di prevaricare gli uni sugli altri anche quando l'unica speranza di salvezza sarebbe cooperare.

La seconda parte si svolge all'esterno del manicomio e ci mostra la lotta per la sopravvivenza nel mondo ormai diventato interamente cieco, in cui le uniche priorità nella vita di ciascun individuò è trovare del cibo e un riparo.

In tutto questo ho evitato di fornire un'informazione essenziale al fine di comprendere ciò che avviene nel romanzo ma che potrebbe essere uno spoiler per chi volesse godersi la storia senza alcun tipo di anticipazione: uno dei personaggi che seguiamo per tutta la storia, ovvero la moglie del medico, è l'unica persona che conserverà la vista per tutta la durata del romanzo, e sarà attraverso i suoi occhi che vedremo l'orrore in cui siamo immersi, aumentando ancora di più l'angoscia della situazione.

La conclusione del romanzo è stata quella che mi aspettavo sin dall'inizio, ma credo proprio che non avrebbe potuto concludersi altrimenti.

Cecità è un romanzo davvero sconvolgente, che colpisce come un pugno nello stomaco e obbliga ad immedesimarsi nei personaggi e a chiederci cosa faremmo noi nella stessa situazione; mi ha portato inoltre a fare molti parallelismi con gli avvenimenti della nostra attualità, perché ritengo che davvero faccia parte della natura dell'uomo mostrare il peggio di se nelle situazioni drammatiche e in cui ci sentiamo in pericolo. Fosse per me, proporrei di distribuirlo gratuitamente per strada, alle fermate degli autobus, al casello dell'autostrada, in stazione, ovunque, perché costringe a mettersi in discussione e a rendersi conto che forse non c'è bisogno di un'epidemia di cecità per far piombare l'umanità nella barbarie dell'egoismo.


Lettura: 08 - 19 settembre 2015
Ambientazione: -
La serie: #1 Cecità, #2 Saggio sulla lucidità

Recensione: "Delitto e castigo"

(Преступление и наказание)
di Fëdor Dostoevskij

Formato: Paperback, 600 pagine
Editore: Feltrinelli, 2013
Genere: Classici, romanzo psicologico
Data prima pubblicazione: 1866
Lettura n.: 29/2015
Preso da: Libreria


Voto: 9.5/10

Al principio di luglio, con tempo caldissimo, verso sera, un giovane scese dalla sua stanzuccia, che aveva in subaffitto nel vicolo di S., sulla strada e lentamente, come irresoluto, si diresse verso il ponte di K.
incipit
Commento
Finalmente l'ho fatto! Finalmente ho letto uno dei romanzi che più mi spaventavano e allo stesso tempo incuriosivano della letteratura mondiale e che si è rivelato senza dubbio un libro non facile ma incredibilmente affascinante.

Fulcro del romanzo è l'analisi psicologica di un uomo che progetta e compie un delitto e di ciò che accade nella sua mente nel periodo successivo all'esecuzione del crimine. Le prime duecento pagine sono incredibilmente scorrevoli e addirittura con episodi ricchi di suspance (non me lo sarei mai aspettato); successivamente il ritmo cala molto ma questo è degnamente compensato dal tempo che Dostoevskij ci permette di ritagliarci in compagnia di tutti i personaggi che popolano il romanzo e che meritano tutta l'attenzione che l'autore dà loro.

Ciò che più mi ha lasciato stupefatta è stato rendermi conto che più volte durante la lettura mi sono trovata ad essere dalla parte di Raskolnikov, il protagonista, fino addirittura a sperare che la facesse franca e temendo come lui che prima o poi riuscissero ad incastrarlo o che lui cedesse alla troppa tensione rivelando tutto: perché ciò che viene trasmesso in maniera eccezionale è l'angoscia e la totale confusione di Raskolnikov che si sente continuamente osservato, spiato, accusato quando spesso tutto ciò è frutto esclusivamente della sua immaginazione e di quella che mia mamma chiamerebbe "la coscienza sporca". Questo avviene perché fondamentalmente Raskolnikov è una persona normale, in tutto e per tutto. E questo è l'aspetto che crea in assoluto più sconcerto nel lettore, o per lo meno lo ha creato in me: Raskolnikov è un uomo qualunque. Non un pazzo, un maniaco, un delinquente, uno che "me lo sarei aspettato". La semi-follia viene dopo, quando ciò che ha fatto lo sovrasta e domina completamente la sua mente, ma anche in questo caso lui non è pazzo, è solo incapace di governare l'angoscia di essere individuato.

Gli altri personaggi meriterebbero davvero un libro solo per loro: pur essendo secondari nel loro ruolo non lo sono affatto nello spessore e nell'importanza che ricoprono all'interno del romanzo. Sofia e Razumichin sono senza dubbio i miei preferiti ma anche quelli più negativi come Katerina Ivanovna Marmeladova o Svidrigailov riescono ad essere così umani e così veri da meritare l'affetto del lettore, che non può fare a meno di amarli.

L'ambientazione è meravigliosa: Pietroburgo è descritta in maniera talmente dettagliata che sembra davvero di essere catapultati tra le sue strade e la sua gente. Avendo già letto libri ambientati in questa città è stato piacevole incontrare di nuovo i nomi di luoghi che già mi avevano accompagnato in "Anna Karenina" o "I racconti di Pietroburgo" e che mi sembravano quindi conosciuti, come se sapessi esattamente di cosa si stesse parlando. E' stata una bella sensazione, e mi ha messo addosso un forte desidero di visitare dal vivo questa città così viva e piena di storia.

Detto tutto ciò qualcuno forse si chiederà come mai ho dato 9.5 invece di 10 a questo romanzo. Il motivo è molto semplice ed è tutta colpa di due libri che purtroppo sono la mia rovina, ovvero Anna Karenina e Il deserto dei tartari che hanno ormai dettato le regole che definiscono il mio libro "da dieci". Quindi adesso sono condannata per l'eternità ad un costante paragone di tutti i romanzi che leggo con questi due pezzi della mia anima, il che significa che tutto ciò che non riproduce le stesse identiche emozioni deve per forza di cose ricevere anche solo mezzo punto in meno.


Lettura: 06 aprile 2015 - 23 aprile 2015
Ambientazione: San Pietroburgo/Russia

Cuore di tenebra

(Heart of Darkness)
di Joseph Conrad

Formato: Paperback, 294 pagine
Editore: Einaudi, 2005
Genere: Classico
Data prima pubblicazione: 1899
Lettura n.: 25/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 6/10


Il Nellie, piccolo yacht da crociera, girò sull'ancora senza un fluttuar delle vele, e s'arrestò. La marea era alta, quasi del tutto cessato il vento, e poiché si scendeva, in favor di corrente, verso la foce, altro non rimaneva che fermarci e attendere il riflusso.
L'ultimo tratto del Tamigi che conduce al mare si stendeva innanzi a noi, come il principio di una sterminata via acquea. Laggiù al largo il mare e il cielo si saldavano insieme senza giuntura, e nello spazio luminoso le vele color di ruggine delle barche che salivano alla deriva portate dal flusso parevan ferme in rossi grappoli di tela foggiata a punte aguzze, tra un balenio di aste verniciate.
incipit
Commento
Per la prima volta nella mia vita sono rimasta delusa da un classico. Forse non sapevo esattamente cosa mi aspettasse e credevo di trovarmi di fronte ad un romanzo più di avventura e meno criptico, ma sono emersa dalla lettura con la sensazione che del romanzo non mi fosse rimasto nulla: come se non l'avessi letto.

Non sono così presuntuosa da dire che questo libro sia brutto, perché non è così e sono cosciente di essere io quella "sbagliata" nel rapporto con questo romanzo perché non ero pronta e non sono riuscita a scavare abbastanza a fondo per cogliere il vero significato di ciò che stavo leggendo, al di là della trama.

Partiamo dai personaggi: il protagonista è un capitano che viene assegnato ad un battello che si trova in avaria e in fase di riparazione. La sua "missione" è quella di recuperare un personaggio di cui tutti parlano, Kurz, che sembra trovarsi in fin di vita nel cuore delle foreste del Congo. Detto così sembra l'avventura che pensavo di trovare, in realtà nel romanzo non accade nulla: ci sono tanti ragionamenti sull'Africa e sull'influsso che questa ha sui colonizzatori europei, ci sono tanti discorsi a proposito delle opinioni di Kurz di cui non ho assolutamente capito il ruolo (a volte viene descritto come uno sfruttatore invasato, altre è invece visto con ammirazione e adorazione) ma poi basta. Non c'è l'Africa in questo romanzo, sembra quasi che il protagonista sia in un set cinematografico che ricostruisce l'Africa ma non la riesce davvero a riprodurre. Il romanzo è interamente visto dal punto di vista dei colonizzatori, ma non nel senso che vuole giustificare il colonialismo, ma semplicemente che vede tutto con l'occhio dell'europeo, senza minimamente cercare di immedesimarsi con il luogo in cui si trova. Tutto questo da un certo punto di vista è anche interessante: è una testimonianza di come un europeo potesse percepire quel mondo così diverso e selvaggio; dall'altra parte è però poco accattivante, almeno per me. Paradossalmente credo che potrei preferire un Robinson Crusoe, razzista, che per lo meno si accorge che c'è qualcuno di diverso da lui, piuttosto che questo totale disinteresse per il popolo africano da parte di Marlow.

L'ambientazione è particolarmente suggestiva: la foresta, il fiume, gli immensi silenzi, questo senso di follia che pervade tutto il romanzo e che sembra sempre pronta ad agguantare con i suoi artigli i colonizzatori europei. Tutto comunica un senso di selvaggio e di primordiale, come se addentrandosi nelle profondità della foresta Marlow si inoltrasse sempre più in profondità nei primordi dell'umanità, fatti di istinti bestiali e di voracità senza limiti, tale a quella che prende i colonizzatori, Kurz per primo, che divorano avidamente le risorse di questo continente ricco di tesori.

Ho senza dubbio intenzione di rileggere "Cuore di tenebra" tra un po' di tempo, possibilmente facendo precedere la rilettura del romanzo da quella dell'introduzione, che questa volta avevo saltato e che invece probabilmente fornisce la chiave per interpretare l'opera. Il fatto poi che io possa capirla guidata da qualcuno che ne capisce più di me non cancella il fatto che questo libro, a differenza di tutti i grandi capolavori della letteratura che ho letto finora, non ha avuto per me alcun valore "emozionale", quindi dubito fortemente che potrò rivalutare più di tanto la mia opinione; in ogni caso voglio provarci.


Lettura: 16 marzo 2015 - 22 marzo 2015
Ambientazione: Congo, Inghilterra, Londra

Persuasione

(Persuasion)
di Jane Austen

Formato: Ebook, 347 pagine
Editore: Newton Compton, 2011
Genere: Romanzo, Narrativa generale
Lettura n.: 21/2015
Preso da: Web
Inizio lettura: 16 febbraio 2015
Fine lettura: 21 febbraio 2015
Ambientazione: Bath/Somerset/England, Lyme Regis/Dorset/England
Pubblicato: 1818
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 10/10

Sir Walter Elliot, di Kellynch Hall nel Somersetshire, era un uomo che per passare il tempo mai apriva altro libro che non fosse il Baronetage; vi trovava occupazione per un’ora d’ozio, consolazione per una di dolore; la sua mente fremeva d’ammirazione e di rispetto, contemplando l’esiguo numero dei membri superstiti delle più antiche baronie, e ogni spiacevole sensazione causata da questioni domestiche naturalmente si mutava in compassione e disprezzo mentre voltava le pagine in cui erano annotate le quasi infinite nomine del secolo precedente; e qui, anche se ogni altro foglio fosse stato privo del benché minimo interesse, qui egli poteva leggere, con un interesse che mai diminuiva, la storia della sua vita; era questa la pagina alla quale il suo libro preferito veniva sempre aperto:

ELLIOT DI KELLYNCH HALL
Walter Elliot, nato il 1 marzo 1760, sposato il 15 luglio 1784 con Elizabeth, figlia di James Stevenson, Esq. di South Park nella contea di Gloucester, la quale signora, morta nel 1800, diede alla luce Elizabeth, il 1 giugno 1785; Anne il 9 agosto 1787; un figlio maschio nato morto, il 5 novembre 1789 e Mary, il 20 novembre 1791.
incipit
Commento
Che soddisfazione immensa mi ha dato la lettura di questo romanzo!! Avevo davvero bisogno di leggere qualcosa che mi lasciasse una sensazione di totale pienezza dopo le letture carine ma non certo memorabili degli ultimi giorni. Persuasione mi ha regalato personaggi dinamici e interessanti, tante emozioni, amore, romanticherie e soprattutto l'immancabile finale "alla Jane Austen" ovvero in cui ogni personaggio ottiene ciò che merita. Sentivo davvero bisogno di un lieto fine come si deve e zia Jane me l'ha servito come solo lei sa fare.

La storia di Persuasione mi ha ricordato moltissimo Orgoglio e Pregiudizio: ho ritrovato tematiche molto simili (i danni dell'orgoglio e il pericolo di affidarsi alle prime impressioni) e ho provato le stesse emozioni dal profondo del cuore. Anzi, ho trovato in Anne un personaggio molto più simile a me di quanto non fosse Elizabeth Bennet per quanto riguarda il carattere, il modo di pensare e "le inclinazioni", come le chiamerebbe lei. Certo, P&P rimane sempre il mio romanzo austeniano preferito, però Persuasione ha degnamente occupato la seconda posizione.
Era stata costretta ad essere prudente da giovinetta, ma crescendo aveva imparato ad essere romantica: naturale conseguenza di un inizio innaturale.

Racconti di Pietroburgo

(Петербургские повести)
di Nikolai Gogol

Formato: Paperback, 316 pagine
Editore: Einaudi, 2006
Genere: Romanzo, Classico
Lettura n.: 18/2015
Preso da: Biblioteca
Inizio lettura: 04 febbraio 2015
Fine lettura: 10 febbraio 2015
Ambientazione: Pietroburgo/Russia
Pubblicato: 1843
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 8.5/10


Il 25 marzo a Pietroburgo accadde un avvenimento molto strano. Il barbiere Ivàn Jakovlèviè, abitante sulla Prospettiva Voznesènskij (il suo cognome è andato perduto e nient'altro risulta dalla sua insegna, dov'è raffigurato un signore con una guancia insaponata e c'è la scritta: «Si cava anche sangue»), il barbiere Ivàn Jakovlèviè dunque si svegliò abbastanza presto e sentì odore di panini caldi. Sollevandosi un poco sul letto, vide che sua moglie, una signora abbastanza rispettabile cui piaceva molto bere caffè, sfornava dei panini appena cotti.
incipit racconto "Il naso"
Commento
Non ho proprio alcuna voglia di scrivere questa recensione: i racconti non mi stimolano; quelli raccolti in questo libro mi sono piaciuti davvero molto ma odio l'idea di doverli commentare perché faccio fatica a trovare le parole giuste. Purtroppo ho un serio problema con questa forma narrativa perché mi concede troppo poco tempo per riuscire ad immedesimarmi come si deve: ne vedo la perfezione stilistica ma difficilmente riescono davvero a coinvolgermi.

Il primo racconto, Il naso, è davvero surreale e mi è piaciuto proprio perché non me lo sarei mai aspettato da un autore russo, dei quali ho sempre l'immagine di persone molto serie che scrivono cose serie. ^_^ So che è un giudizio molto scemo ma cosa posso farci??
Stupendo anche Il ritratto che mi ha trasmesso una fortissima angoscia. Tra i tre più famosi ho trovato un po' meno bello Il cappotto, anche se questo mi ha emozionato principalmente per la profonda tenerezza che ho provato nei confronti del protagonista.

Gli altri racconti contenuti nel libro suscitano meno emozioni dei precedenti già citati, i quali meritano tutta la loro fama, ma sono comunque estremamente scorrevoli, coinvolgenti e interessanti per come mostrano la società pietroburghese dell'epoca. E' stato forse il libro che finora di mi ha fatto fare il "viaggio da poltrona" meglio organizzato! ^_^

Il pellegrinaggio in Oriente

(Die Morgenlandfahrt)
di Herman Hesse

Formato: Paperback, 96 pagine
Editore: Adelphi, 1973
Genere: Romanzo, Classico
Lettura n.: 17/2015
Preso da: Biblioteca
Inizio lettura: 02 febbraio 2015
Fine lettura: 04 febbraio 2015
Ambientazione: indefinita
Pubblicato: 1932
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 10/10


Poiché la sorte mi ha concesso di essere presente a qualcosa di grande, poiché ebbi la fortuna di appartenere alla «Lega» e di essere uno dei partecipanti a quel viaggio singolare il cui prodigio sfolgorò a quel tempo come una meteora e cadde poi così stranamente presto nell’oblio, anzi nel discredito, mi sono risolto all’arrischiato tentativo di descrivere brevemente quel viaggio inaudito: un viaggio quale non era stato mai tentato da uomini dopo i tempi di Huon di Bordeaux e del folle Orlando fino alla nostra memorabile epoca, l’epoca torbida, disperata, eppure tanto feconda, che seguì la grande guerra.
incipit
Commento
In questa recensione vi parlo di un libro molto particolare scritto da un autore che ho amato moltissimo dopo il mio primo incontro con un suo romanzo e del quale mi ero sempre ripromessa di leggere altro. Finalmente l'ho fatto e si è rivelata un'esperienza meravigliosa.

Il pellegrinaggio in Oriente non racconta una storia come normalmente viene intesa, ovvero con un inizio, uno svolgimento e una fine. Il protagonista è Hesse stesso che all'inizio del libro ci rivela il suo obiettivo: scrivere il resoconto di una straordinaria esperienza da lui vissuta come membro di una fantomatica "Lega", ovvero un pellegrinaggio verso l'Oriente. In realtà questo pellegrinaggio viene descritto in modo estremamente vago sia perché Hesse protagonista afferma che il ricordo stia ormai sbiadendo, sia perché la Lega stessa gli vieta di rivelare i suoi segreti che sarebbero invece essenziali per raccontare degnamente il viaggio e permettere ad altri di comprenderlo. Così del pellegrinaggio ci rimane un'immagine vaga, fumosa: il protagonista attraversa con i suoi compagni luoghi ed epoche diverse, incontra artisti, personaggi politici e storici (sia a lui contemporanei, sia del passato) e condivide il viaggio non solo con queste personalità realmente esistite, ma anche con protagonisti e personaggi di romanzi che a volte si spostano in compagnia dei loro creatori. Ma questo racconto incredibile non termina qui: quando il resoconto del pellegrinaggio di interrompe, il romanzo sembra catapultarci nel presente del protagonista. Mentre fino a quel momento avevamo letto infatti le sue memorie di un'epoca passata, ora ci troviamo quasi a leggere il suo diario: un resoconto di quanto gli accadde dopo aver interrotto la narrazione.
Non si tratta in realtà di un vero e proprio diario, ma di un racconto temporalmente successivo a quello del pellegrinaggio che abbiamo letto fino a quel momento ma scritto comunque al passato, come se noi ci trovassimo a leggere un libro interrotto e poi ripreso successivamente al verificarsi degli eventi che ne avevano provocato l'interruzione. Non so se sono stata molto chiara, è difficile da spiegare ma in realtà lo è tutto il romanzo: è troppo astratto e ingarbugliato per essere raccontato come si deve. Va letto e basta.

Per l'intera durata del romanzo l'atmosfera è onirica: sembra proprio di essere immersi in un sogno dove tempo e spazio non hanno più alcuna validità. E' un libro meraviglioso che merita di essere letto (e riletto: è il classico libro che ad ogni rilettura fa scoprire qualcosa di nuovo) anche solo per godersi l'abilità disumana di Hesse nello scrivere qualcosa di così astratto. Il mio consiglio è quello di leggerlo, almeno la prima volta, senza cercare di capirci troppo ma affidandosi alla penna dell'autore e lasciandosi trasportare dalle immagini che evoca e dalle sue parole.

Il racconto mi riesce anche difficile perché non camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi. Andavamo in Oriente, ma andavamo anche nel Medioevo o nell'età dell'oro, perlustravamo l'Italia, o la Svizzera, ma ogni tanto pernottavamo anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con le fate.
C'erano tra noi molti artisti, molti pittori, musicisti, poeti, c'era l'ardente Klingsor e l'irrequieto Hugo Wolf, il laconico Laucher e il brillante Brentano. Ma se anche questi artisti o alcuni di essi erano uomini molto vivi e amabili, i personaggi da loro inventati erano invece senza eccezione molto più vivi, più belli, più allegri e in certo modo più giusti e reali degli stessi poeti e creatori.

Sfide: Mini-recensioni, Sfida extralarge, Sfida grammaticale, Sfida infinita, Sfida tutti diversi

Tempi difficili

(Hard Times)
di Charles Dickens

Formato: Paperback, 381 pagine
Editore: Einaudi, 2014
Genere: Romanzo, Classico
Lettura n.: 01/2015
Preso da: Negozio
Inizio lettura: 01 gennaio 2015
Fine lettura: 09 gennaio 2015
Ambientazione: Cocktown, Inghilterra (Regno Unito), 1800
Pubblicato: 1854
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 10/10
- Ora, quel che voglio sono Fatti. Solo Fatti dovete insegnare a questi ragazzi. Nella vita non c'è bisogno che di Fatti. Piantate Fatti e sradicate tutto il resto. La mente d'un animale che ragiona si può plasmare solo coi Fatti; null'altro gli sarà mai di alcuna utilità. Con questo principio educo i miei figli e con lo stesso principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, Signore!
incipit
Commento
Se davvero "il buon giorno si vede dal mattino" allora dovrei avere un 2015 libresco sfavillante, perché il primo libro dell'anno è stato davvero una lettura meravigliosa nonostante debba ammettere che se avessi dovuto scegliere io un romanzo di Dickens non avrei probabilmente letto questo... e mi sarei persa un capolavoro.

La storia, che si svolge a Cocktown, un'immaginaria città industriale dell'Inghilterra ottocentesca, piena di fabbriche, fumo, rumore e inquinamento, intreccia le vite di molti personaggi diversi. Appartenenti alla classe dei ricchi ci sono Thomas Gradgrind, fondatore della scuola di Cocktown e del sistema educativo della città basato sui fatti e sull'abolizione di ogni tipo di fantasia o immaginazione, sua moglie, i suoi figli (Louisa, Thomas e altri tre tra i quali nel romanzo compare solo Jane), Josiah Bounderby, "amico" del signor Gradgrind e proprietario di una fabbrica e banchiere, la sua "governante" la signora Sparsit, di nobili origini ma caduta in disgrazia e James Harthouse, un ricco fannullone annoiato e senza scopo nella vita. Tra gli operai e i poveri troviamo invece Sissy, figlia di un domatore di cavalli del circo che viene abbandonata dal padre e accolta nella famiglia di Thomas Gradgrind, Stephen Blackpole, un operaio onesto e lavoratore e Rachael, la donna che ama ma che non può sposare essendo già ammogliato con una povera donna, ubriaca e sporca, che ogni tanto gli ripiomba in casa per farsi aiutare.

I personaggi appartenenti alla prima categoria riescono quasi tutti ad essere sorprendentemente arroganti, egoisti ed egocentrici: non ho mai trovato tanti individui insopportabili radunati in un unico romanzo. Alcuni riescono, nel corso degli eventi, a riabilitarsi un po' agli occhi del lettore, dimostrando per lo meno di aver agito in buona fede, mentre altri vengono letteralmente massacrati. Il romanzo è infatti interamente pervaso da una vena ironica che sottolinea l'insensatezza della "filosofia dei fatti" e la ridicolaggine del comportamento dei vari personaggi: colui contro cui Dickens si accanisce maggiormente è senza dubbio Bounderby, che viene fatto oggetto di commenti derisori da parte dall'autore ad ogni occasione. Bounderby dopotutto rappresenta ciò contro cui Dickens si scagliava con maggior ferocia, ovvero gli industriali sfruttatori del lavoro altrui, quindi è bastonato da tutti i fronti senza che mai in tutto il romanzo gli venga data la possibilità di accattivarsi la simpatia dei lettori.

Altra figura particolarmente insopportabile è la signora Sparsit, una zitellaccia pettegola e invidiosa che fa di tutto per distruggere l'immagine della povera Louisa la quale rimane forse l'unico personaggio che non può essere biasimato per i propri comportamenti ed è decisamente vittima senza essere contemporaneamente colpevole; infatti alla base della storia vi è un meccanismo, parafrasato anche dai nomi delle tre parti in cui si divide il romanzo, secondo il quale ciò che raccoglieremo come "frutto" delle nostre azioni dipenderà da ciò che abbiamo seminato. Questo non vuol dire che Dickens faccia fare una brutta fine a tutti personaggi che hanno seminato male e conceda il lieto fine a tutti coloro che hanno seminato bene: sarebbe stato troppo moraleggiante e anche decisamente falso. Ciò che accade al termine del romanzo (e che naturalmente non rivelerò) è la pura e semplice conseguenza di tutto ciò che è accaduto precedentemente, nel bene e nel male.
Era una città di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero consentito. Stando così le cose era invece una città di un rosso e nero innaturale, come la faccia dipinta di un selvaggio; una città piena di macchinari e alte ciminiere dalle quali uscivano senza tregua interminabili serpenti di fumo, che si snodavano nell'aria senza mai sciogliere le loro spire. C'era un canale di acque nere e un fiume reso violaceo da tinture maleodoranti e vasti agglomerati di edifici pieni di finestre scossi per tutto il giorno da un frastuono e un tremito incessanti, dove gli stantuffi delle macchine a vapore si alzavano e si abbassavano monotoni come teste di elefanti in preda a una malinconica follia. C'erano perecchie grandi strade, tutte uguali, un gran numero di viuzze ancora più uguali, abitate da persone anch'esse uguali che entravano e uscivano alla stessa ora, con il medesimo scalpiccio sul medesimo selciato, per recarsi a svolgere il medesimo lavoro e per le quali oggi era identico a ieri e a domani e ogni anno la replica di quello passato e di quello a venire
Charles Dickens
Louisa non si mosse neppure dopo che lui se ne fu andato e fu tornato il silenzio. Era come se tentasse di scoprire, dapprima nel fuoco del caminetto, e poi nella bruma rossastra che accendeva l'orizzonte, quale trama stesse tessendo il vecchio tempo, il più grande e il più antico dei filatori, con i medesimi fili che aveva già utilizzato per dar forma a una donna. Ma la fabbrica del tempo è un luogo segreto, la sua opera è silenziosa e i suoi operai non hanno il dono della parola.
Charles Dickens
Sfide: Alfabetitolo, consigli di lettura, mini-recensioni, GRI Reading Challenge, sfida dei bellissimi, sfida dei buoni propositi, sfida dell'alfabeto, sfida della trasposizione, sfida extralarge, sfida infinita, sfida tutti diversi, tour del Regno Unito, la listona