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Recensione: "Delitto e castigo"

(Преступление и наказание)
di Fëdor Dostoevskij

Formato: Paperback, 600 pagine
Editore: Feltrinelli, 2013
Genere: Classici, romanzo psicologico
Data prima pubblicazione: 1866
Lettura n.: 29/2015
Preso da: Libreria


Voto: 9.5/10

Al principio di luglio, con tempo caldissimo, verso sera, un giovane scese dalla sua stanzuccia, che aveva in subaffitto nel vicolo di S., sulla strada e lentamente, come irresoluto, si diresse verso il ponte di K.
incipit
Commento
Finalmente l'ho fatto! Finalmente ho letto uno dei romanzi che più mi spaventavano e allo stesso tempo incuriosivano della letteratura mondiale e che si è rivelato senza dubbio un libro non facile ma incredibilmente affascinante.

Fulcro del romanzo è l'analisi psicologica di un uomo che progetta e compie un delitto e di ciò che accade nella sua mente nel periodo successivo all'esecuzione del crimine. Le prime duecento pagine sono incredibilmente scorrevoli e addirittura con episodi ricchi di suspance (non me lo sarei mai aspettato); successivamente il ritmo cala molto ma questo è degnamente compensato dal tempo che Dostoevskij ci permette di ritagliarci in compagnia di tutti i personaggi che popolano il romanzo e che meritano tutta l'attenzione che l'autore dà loro.

Ciò che più mi ha lasciato stupefatta è stato rendermi conto che più volte durante la lettura mi sono trovata ad essere dalla parte di Raskolnikov, il protagonista, fino addirittura a sperare che la facesse franca e temendo come lui che prima o poi riuscissero ad incastrarlo o che lui cedesse alla troppa tensione rivelando tutto: perché ciò che viene trasmesso in maniera eccezionale è l'angoscia e la totale confusione di Raskolnikov che si sente continuamente osservato, spiato, accusato quando spesso tutto ciò è frutto esclusivamente della sua immaginazione e di quella che mia mamma chiamerebbe "la coscienza sporca". Questo avviene perché fondamentalmente Raskolnikov è una persona normale, in tutto e per tutto. E questo è l'aspetto che crea in assoluto più sconcerto nel lettore, o per lo meno lo ha creato in me: Raskolnikov è un uomo qualunque. Non un pazzo, un maniaco, un delinquente, uno che "me lo sarei aspettato". La semi-follia viene dopo, quando ciò che ha fatto lo sovrasta e domina completamente la sua mente, ma anche in questo caso lui non è pazzo, è solo incapace di governare l'angoscia di essere individuato.

Gli altri personaggi meriterebbero davvero un libro solo per loro: pur essendo secondari nel loro ruolo non lo sono affatto nello spessore e nell'importanza che ricoprono all'interno del romanzo. Sofia e Razumichin sono senza dubbio i miei preferiti ma anche quelli più negativi come Katerina Ivanovna Marmeladova o Svidrigailov riescono ad essere così umani e così veri da meritare l'affetto del lettore, che non può fare a meno di amarli.

L'ambientazione è meravigliosa: Pietroburgo è descritta in maniera talmente dettagliata che sembra davvero di essere catapultati tra le sue strade e la sua gente. Avendo già letto libri ambientati in questa città è stato piacevole incontrare di nuovo i nomi di luoghi che già mi avevano accompagnato in "Anna Karenina" o "I racconti di Pietroburgo" e che mi sembravano quindi conosciuti, come se sapessi esattamente di cosa si stesse parlando. E' stata una bella sensazione, e mi ha messo addosso un forte desidero di visitare dal vivo questa città così viva e piena di storia.

Detto tutto ciò qualcuno forse si chiederà come mai ho dato 9.5 invece di 10 a questo romanzo. Il motivo è molto semplice ed è tutta colpa di due libri che purtroppo sono la mia rovina, ovvero Anna Karenina e Il deserto dei tartari che hanno ormai dettato le regole che definiscono il mio libro "da dieci". Quindi adesso sono condannata per l'eternità ad un costante paragone di tutti i romanzi che leggo con questi due pezzi della mia anima, il che significa che tutto ciò che non riproduce le stesse identiche emozioni deve per forza di cose ricevere anche solo mezzo punto in meno.


Lettura: 06 aprile 2015 - 23 aprile 2015
Ambientazione: San Pietroburgo/Russia

La maternità può attendere

di Elena Rosci
La maternità, che appare a molti come il primo dei desideri e il più urgente dei doveri, ha sintetizzato due dimensioni antinomiche dell'identità femminile, quasi a confonderle. Fino a tempi recenti nessuno si è chiesto se fosse un obbligo o un piacere, un giogo o una porta spalancata sulla felicità.
(incipit)

Ebbene si, ci sono entrata anch'io. Sono entrata anch'io nella fase in cui tutte le donne che conosco mi chiedono la stessa cosa: "Ma te allora? Sono dieci anni che stai con Massi, a quando il pargolo?", il che solitamente avviene dopo o in alternativa alla domanda: "E voi, quand'è che vi sposate?". Aaaaaaaaarggghhhhhh!!! Posso urlare? Posso picchiarle tutte? Perchè io ODIO queste domande, come se sposarsi e avere figli fossero i due soli obiettivi nella vita di una donna. Per questo ho letto questo libro, per capire se davvero sono l'unica al mondo che non ha problemi a dire che per ora sta bene così, e che non è nemmeno detto che in futuro si sposerà o avrà dei figli. Meno male, non lo sono.

Naturalmente il libro non fornisce soluzioni ma interessanti spunti di riflessione (anche se un messaggio chiaro, e che io condivido pienamente, lo dà: viviamo in un Paese che non fa nulla per essere d'aiuto alle famiglie e incoraggiare così i genitori a fare figli) tra i quali c'è, ad esempio, l'"immagine" classica della madre e la messa in discussione l'assolutezza di questo concetto: la madre "mediterranea", dedita solo alla cura dei figli, della casa e del marito, è ormai quasi del tutto scomparsa, eppure nel nostro Paese si fa finta che esista ancora. Di conseguenza non ci sono servizi, non ci sono leggi che tutelino e aiutino i genitori e che consentano ad entrambi di poter lavorare e allo stesso tempo dedicarsi ai figli. In Italia, o una donna sta a casa, o la famiglia si deve dissanguare in baby sitter, asili nido costosissimi e scuole con orari rigidi e incompatibili tra loro (con due figli di età diverse si perde un pomeriggio solo per andare a prenderli entrambi a scuola, visto che asilo, elementari e medie hanno tutte orari differenti), oppure rischiare di rovinare l'equilibrio interno rivolgendosi ai nonni, con i classici problemi che derivano da ciò.

Altro tema importante è la difficoltà nel conciliare le esigenze della madre e quelle del bambino: da sempre, e lo dico perché a me per prima è stato trasmesso questo messaggio, si ritiene che la madre debba annullarsi totalmente per i figli e vivere in funzione loro. Mia madre ha fatto così e a sua volta mia nonna ha fatto così con lei. Perché? Chi lo dice? Perché si pensa, ad esempio, che per i primi mesi di vita del bambino il più grande piacere della madre sia stargli appiccicata e vivere entrambi nella reciproca adorazione? Viene inoltre confutata l'idea di "maternità come destino", concetto che oggi fortunatamente si sta molto allentando ma ancora non è del tutto scomparso: la maternità è una scelta e non è che il non voler diventare madre mi renda meno donna rispetto a una che invece vuole diventarlo. Proprio quest'ultimo punto è stato oggetto qualche anno fa di un'accessima discussione con mia madre che sosteneva che per essere davvero tale, una donna deve sentire il desiderio della maternità, altrimenti non è abbastanza donna. L'avrei impastata al muro.

Si parla inoltre di come si è modificata nel tempo l'educazione delle bambine e come il concetto di "madre tradizionale" che ancora fatica ad essere estorto, sia in palese contrasto con i valori che oggi vengono ritenuti importanti (l'autonomia, l'indipendenza, la flessibilità, ecc.) e vengono fatti esempi delle motivazioni per cui molte donne, oggi, sono senza figli. Insomma, un libro che esplora in modo ampio una questione che sicuramente viene data troppo spesso per scontata, ma che invece ci riguarda tutte da vicino e che per questo motivo consiglierei a tutte le donne dai 20/25 anni in su.

Il mio giudizio:


Formato: Hardcover
Pagine: 192
Edizione: Mondadori, 2013
Inizio lettura: 04 novembre 2013
Fine lettura: 08 novembre 2013
Lettura n.: 48/2013