Visualizzazione post con etichetta italiani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italiani. Mostra tutti i post

"E' una vita che ti aspetto" di Fabio Volo

E' una vita che ti aspetto
di Fabio Volo

Serie: -
Formato: Paperback, 179 pagine
Editore: Mondadori, 2004 (I edizione - 2003)
Genere: Romanzo, Narrativa varia

Inizio lettura: 08 dicembre 2013
Fine lettura: 11 dicembre 2013
Preso da: Biblioteca
Lettura n.: 57/2013

Il mio giudizio:



Che freddo. Sono raffreddato. Del resto lo sapevo.
Si è fermata da me per la notte, e ho voluto dormire nudo, perché mettere la maglietta mi sembrava poco macho. Pensare che lo so che se non mi metto la magliettina poi prendo freddo. Ma a volte mi piace fare il figo, mi piace fingere di essere quello che non sono. Faccio il duro a torso nudo e la mattina dico: «Babba bia che freddo». Ma mi sa che questa è stata l’ultima volta.
Qualcosa è cambiato.
(incipit)
Trama:
Il percorso di Francesco è quello di molti ragazzi d'oggi, che si accorgono di esistere senza vivere davvero, come se mancasse loro qualcosa, e un giorno decidono che così non va. Ha un lavoro stressante, anche se remunerativo, che fa per comprarsi cose che gli riducano lo stress. Ha storie con tipe completamente diverse tra loro. Sente il bisogno di star solo, ma ha paura di essere "tagliato fuori", adora i genitori ma non è mai riuscito a comunicare con il padre, si fa le canne ma vuole smettere di fumare...

Commento:
Due stelline e mezzo forse sono un po' poco per un libro che, in realtà, non ho trovato particolarmente brutto: il problema è che tre stelline sarebbero state troppe per un libro che non ha per nulla soddisfatto le mie aspettative. Innanzitutto non è davvero un romanzo: è più una sorta di diario dei pensieri del protagonista, dove vengono sì raccontati alcuni episodi della sua vita, ma dove sono riportate principalmente le riflessioni che egli fa su di sé e sulla propria quotidianità. In più non mi sono per niente ritrovata nel personaggio di Francesco, quando era perfettamente chiaro che lo scopo di Volo era scrivere una storia che conducesse il più possibile all'immedesimazione da parte del lettore.

Non so se davvero, come dice la trama, "il percorso di Francesco è quello di molti ragazzi d'oggi, che si accorgono di esistere senza vivere davvero, come se mancasse loro qualcosa, e un giorno decidono che così non va"; forse sarò fortunata, avrò un carattere propositivo che mi porta sempre a reagire, anche nei momenti di difficoltà, ma io ho sempre cercato di pormi un obiettivo nella vita, anche perché senza quello non riesco ad andare avanti (e infatti nei periodi in cui non ho avuto l'obiettivo chiaro di fronte a me ho cambiato strada per poterne trovare uno). Certo, mi è capitato nella vita di pensare di essere in un vicolo cieco, però non mi sono mai lasciata andare così tanto: Francesco è un trentenne che si ammazza di canne peggio dei quindicenni (sarò chiusa mentalmente, ma a me il trentenne che si fa le canne fa un po' ridere e un po' pietà), ha paura di stringere relazioni serie con le donne (altro aspetto che fatico a comprendere e che mi irrita moltissimo: cosa vuol dire "fare fatica ad impegnarsi"? Vivi e basta, senza farti troppe seghe mentali!) ed è totalmente insoddisfatto dal proprio lavoro. Dopo una chiacchierata con il suo medico prende improvvisamente coscienza di tutto ciò che non va della sua vita e decide di cambiare, o meglio, di far emergere il vero Francesco, sepolto dentro di sé. Questo è molto positivo, ma la domanda resta: davvero molti trentenni di oggi si trovano in questa condizione? Faccio fatica ad immaginarlo, anche perché le persona che conosco e frequento non sono così.

Tralasciando le opinioni personali, lo stile di Volo non mi è dispiaciuto: nelle pagine del libro ho riconosciuto il suo modo di fare (infatti mi chiedo come mai ci sia la "leggenda metropolitana" che non scriva lui i suoi libri; oltretutto non è che siano capolavori di letteratura, quindi non vedo perché non dovrebbe esserne davvero l'autore) e in alcuni momenti mi sono proprio immaginata la sua voce e le sue espressioni mentre racconta un determinato episodio o esprime un certo pensiero... e naturalmente mi ha fatto ridere, perché a me Fabio Volo sta simpatico. Come ho scritto prima, ciò che non mi è piaciuto è il fatto che manchi una vera storia di fondo. O meglio, c'è ma è davvero debolina, è il pretesto su cui basare il vero contenuto del libro, ovvero la riflessione su sé stesso del protagonista. Ho letto su Goodreads un commento un po' lapidario ma che in effetti non è del tutto sbagliato: il concetto era che per scrivere E' una vita che ti aspetto Volo abbia preso un manuale di self-confidence e l'abbia reso in forma narrativa. Effettivamene ammetto che in alcuni punti mi ha proprio dato questa impressione...

Nonostante l'esperienza non del tutto soddisfacente ho intenzione di dargli un'altra possibilità, questa volta sperando di leggere un romanzo vero e non un romanzo finto. Fabio non mi deludere sennò ti appendo al chiodo e ti lascio lì.

Covers:
altre...

L'autore:
Fabio Volo è nato vicino a Brescia nel 1972. E' uno scrittore, attore e presentatore di programmi televisivi e radiofonici di successo. I suoi libri hanno ventuto quasi cinque milioni di copie in Italia.



Bibliografia:
"Esco a fare due passi" - 2001
"Un posto nel mondo" - 2006
"Il giorno in più" - 2007
"Il tempo che vorrei" - 2009
"Le prime luci del mattino" - 2011
"La strada verso casa" - 2013

"Il violino stregato" di Rosanna Minnella

Il violino stregato
di Rosanna Minnella

Serie: -
Formato: Paperback, 79 pagine
Editore: A&B Editrice, 2006
Genere: Fiabe

Inizio lettura: 02 dicembre 2013
Fine lettura: 02 dicembre 2013
Preso da: Biblioteca
Lettura n.: 55/2013

Il mio giudizio:


Tanto tempo fa, su un'isola lontana, circondata dal mare blu, c'era il regno di Agro.
(incipit fiaba "Ardito e Chiomadoro")
Trama:
"C'era una volta..." Iniziano così le fiabe di Rosanna Minnella e dietro quelle parole ci sono le fate, i maghi cattivi, le belle principesse prigioniere, ma anche le fanciulle semplici che abitano in piccole casette sui monti o i giovanotti che il destino trasformerà, loro malgrado, in eroi. La musica inoltre accompagna, pagina dietro pagina, questi racconti e sulle note di una vecchia chitarrina ci tiene compagnia, mentre camminiamo per le strade della fantasia.

Commento:
Il violino stregato è una raccolta di fiabe scritte da un'autrice siciliana. Il pregio di queste fiabe è che potrebbero tranquillamente appartenere alla tradizione, sia per il linguaggio utilizzato, sia per le atmosfere fatate e antiche che si respirano durante la lettura. Il filo conduttore di tutte le fiabe è la musica, che è presente in modo più o meno forzato in tutti i racconti. Sono fiabe perfette per la lettura ad alta voce mentre non sono il massimo per essere lette direttamente dai bambini: il problema fondamentale è infatti la punteggiatura completamente incoerente, addirittura direi quasi messa a caso. Ritorno quindi ancora una volta al solito discorso: perché alcune case editrici minori trascurano così spesso la forma? Delle belle fiabe (perché lo ripeto, sono davvero belle) vengono rovinate dall'utilizzo a casaccio delle virgole o dall'inesistenza del punto e virgola (credo stia antipatico all'autrice, chissà perché). Ma non c'è nessuno che rilegge i libri? So che forse è essere troppo puntigliosi, però nella lettura risulta fastidioso perché spezza il ritmo.

L'autrice:
Rosanna Minnella è nata a Catania dove vive con la sua famiglia e lavora, insegnando materie umanistiche in un Istituto d'istruzione secondaria superiore. Ama leggere, scrivere, ascoltare musica, viaggiare, ama i gatti che raccoglie randagi e se guarda le nuvole, vi scorge sempre i personaggi misteriosi del cielo della sua infanzia.

Bibliografia:
"I doni degli dei" - A&B Editore, 2008
"Carratraca" - A&B Editore, 2008
"Le avventure di Rodolfo Mario" - A&B Editore, 2009

"Nasi di Natale" di Sebastiano Ruiz Mignone

Nasi di Natale
di Sebastiano Ruiz Mignone

Serie: -
Formato: Hardcover, 27 pagine
Editore: Aisara, 2011
Genere: Racconto per ragazzi

Inizio lettura: 01 dicembre 2013
Fine lettura: 02 dicembre 2013
Preso da: Biblioteca
Lettura n.: 54/2013

Il mio giudizio:


Ci sono attimi che durano tutta la vita, come i lampi illuminano le nostre esistenze e ce le rivelano.
(incipit)
Trama:
Parecchi anni fa in casa del marchese Ginori, un bambino di nome Carlo e la sua mezza dozzina di fratellini assistono a un Natale speciale. A loro non è consentito partecipare alla festa – sono solo i figli del cuoco! – perciò sbirciano il banchetto da uno spiraglio della porta. Sulla tavola si esibiscono in gustosa bellezza pasticcini, mousse al cioccolato, tiramisù, torte alla panna, bavaresi e meringhe! E che dire del re dei re: il panettone!
Fra questo tripudio di bontà irraggiungibili, per effetto della luce dei candelabri si formano delle strane ombre sulle pareti, ombre di nasi che si proiettano lunghi, lunghissimi… e che ispireranno, al piccolo Carlo, la storia fantastica di un famoso naso di legno…

Commento:
Come potevo resistere ad un titolo così strambo? Impossibile, davvero, non ho potuto fare a meno di portarmelo a casa e dargli un'occhiata.

Questo breve e simpatico racconto di Sebastiano Ruiz Mignone narra la storia di un bambino, Carlo, figlio di un cuoco che lavora nella casa di un marchese, nella quale vive anche tutta la sua famiglia. Una sera di Natale di tanti anni fa, a casa del marchese viene organizzata una gran cena alla quale i bambini hanno l'assoluto divieto di intrufolarsi: come resistere però alle risate, le voci e gli applausi? Così Carlo e i suoi fratelli, quatti quatti, si nascondono sulla grande scala per sbirciare la tavola imbandita. E' a quel punto che vengono colpiti dalle curiose ombre che si proiettano sulle pareti: i profili degli ospiti, soprattutto i nasi, muovendosi al ritmo delle mandibole, creano sui muri la scene più buffe. Quella stessa notte il piccolo Carlo, ricacciato a letto con i fratelli e la promessa di una bella ramanzina il giorno successivo, si addormenta sognando di balene, di mostri, di giganti, di paesi dei balocchi e soprattutto di nasi.

Ebbene si, il racconto è proprio la storia dell'ispirazione di Carlo Collodi per Pinocchio immaginata dall'autore e illustrato dai bellissimi disegni di Daniele Serra. Ho trovato l'idea del libro molto carina e originale, soprattutto perché a me non sarebbe davvero mai venuta in mente. In più i giochi di ombre e di sagome sono davvero amati dai bambini (e non solo: ancora oggi io mi rilasso moltissimo a guardare le nuvole e vederle assumere le forme più strane), quindi il racconto punta su un'esperienza che i piccoli lettori conoscono bene e che probabilmente li diverte molto.

L'autore:
Sebastiano Ruiz Mignone è nato a Santo Stefano Belbo (Cuneo) e vive a Torino, dove ha insegnato Lettere per molti anni. Ha scritto numerosi testi per il teatro, la radio, il cinema e la televisione. Ha alle spalle una solida esperienza nella narrativa per ragazzi, con oltre trenta titoli pubblicati, alcuni dei quali sono stati tradotti all’estero. Nel 1996 ha vinto il «Premio Andersen - Il Mondo dell’Infanzia» come miglior autore.

Bibliografia parziale:
"Guidone Mangiaterra e gli Sporcaccioni" - Piemme, 1996
"Il ritorno del Marchese di Carabas" - Piemme, 1997
"Cappuccetto Rosso spara" - Città Nuova, 2002
"Il mistero della ronda di notte" - Piemme, 2004
"Il musicista del Titanic" - Interlinea, 2012

Va' dove ti porta il cuore

di Susanna Tamaro
Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina, in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta. Ti ricordi quando l’abbiamo piantata? Avevi dieci anni e da poco avevi letto il Piccolo Principe. Te l’avevo regalato io come premio per la tua promozione. Eri rimasta incantata dalla storia.
(incipit)

Libro piuttosto insipidino, anche se dalle recensioni mi aspettavo di peggio, Va' dove ti porta il cuore è un insieme di lettere che una nonna scrive alla nipote lontana raccontandole la propria vita e spiegandole il perché di alcune sue azioni e alcuni suoi comportamenti. L'aspetto che meno mi è piaciuto del libro è il sua totale inconcludenza: durante tutta la lettura mi sono chiesta dove volesse andare a parare l'autrice e giunta alla conclusione mi sono accorta che non ero ancora riuscita a darmi una risposta. Per di più il fatto che il finale sia "aperto" (l'ultima lettera non lascia intendere che si sia verificato qualche evento che ha causato l'interruzione della corrispondenza, semplicemente finisce il libro) non aiuta certo a dare un senso a tutto.

Altro difetto di questo libro, secondo me, è il fatto che al suo interno non c'è un solo personaggio a cui mi sia legata emotivamente: la nonna è una persona estremamente debole caratterialmente che non mi ha ispirato nessuna compassione, nella sua vita non vi è un guizzo di autodeterminazione, subisce e basta. Anche tra gli altri personaggi che compaiono nel suo racconto (la figlia, la nipote, i genitori, il marito, l'amante) non ce n'è uno abbastanza approfondito da potermi in qualche modo suscitare delle sensazioni, che siano positive o negative: sono una cornice abbozzata, compaiono con i loro problemi della vita di questa donna ma manca sempre qualcosa.

Terzo aspetto che non mi è piaciuto, ma forse qui sbaglio perché ogni libro ha diritto di trasmettere il messaggio che preferisce, sono altri gli aspetti che ne determinano la qualità, è l'essere davvero troppo, troppo fatalista: e il destino di qui, e il destino di là. Ci credo che la protagonista non ne ha fatta una giusta in tutta la sua vita, era sempre lì ad aspettare il destino invece di agire.

Tutti questi aspetti messi insieme hanno fatto si che il libro mi risultasse piuttosto noioso e mi hanno portato a fare un po' di fatica a finirlo nonostante la brevità: alla fine so perfettamente che anche Va' dove ti porta il cuore si aggiungerà in breve tempo a quella lista di libri che non mi hanno lasciato proprio nulla.

Il mio giudizio:


Formato: Paperback
Pagine: 165
Edizione: Baldini & Castoldi 1994
Inizio lettura: 10 novembre 2013
Fine lettura: 17 novembre 2013
Lettura n.: 48/2013

Covers:
altre...

La maternità può attendere

di Elena Rosci
La maternità, che appare a molti come il primo dei desideri e il più urgente dei doveri, ha sintetizzato due dimensioni antinomiche dell'identità femminile, quasi a confonderle. Fino a tempi recenti nessuno si è chiesto se fosse un obbligo o un piacere, un giogo o una porta spalancata sulla felicità.
(incipit)

Ebbene si, ci sono entrata anch'io. Sono entrata anch'io nella fase in cui tutte le donne che conosco mi chiedono la stessa cosa: "Ma te allora? Sono dieci anni che stai con Massi, a quando il pargolo?", il che solitamente avviene dopo o in alternativa alla domanda: "E voi, quand'è che vi sposate?". Aaaaaaaaarggghhhhhh!!! Posso urlare? Posso picchiarle tutte? Perchè io ODIO queste domande, come se sposarsi e avere figli fossero i due soli obiettivi nella vita di una donna. Per questo ho letto questo libro, per capire se davvero sono l'unica al mondo che non ha problemi a dire che per ora sta bene così, e che non è nemmeno detto che in futuro si sposerà o avrà dei figli. Meno male, non lo sono.

Naturalmente il libro non fornisce soluzioni ma interessanti spunti di riflessione (anche se un messaggio chiaro, e che io condivido pienamente, lo dà: viviamo in un Paese che non fa nulla per essere d'aiuto alle famiglie e incoraggiare così i genitori a fare figli) tra i quali c'è, ad esempio, l'"immagine" classica della madre e la messa in discussione l'assolutezza di questo concetto: la madre "mediterranea", dedita solo alla cura dei figli, della casa e del marito, è ormai quasi del tutto scomparsa, eppure nel nostro Paese si fa finta che esista ancora. Di conseguenza non ci sono servizi, non ci sono leggi che tutelino e aiutino i genitori e che consentano ad entrambi di poter lavorare e allo stesso tempo dedicarsi ai figli. In Italia, o una donna sta a casa, o la famiglia si deve dissanguare in baby sitter, asili nido costosissimi e scuole con orari rigidi e incompatibili tra loro (con due figli di età diverse si perde un pomeriggio solo per andare a prenderli entrambi a scuola, visto che asilo, elementari e medie hanno tutte orari differenti), oppure rischiare di rovinare l'equilibrio interno rivolgendosi ai nonni, con i classici problemi che derivano da ciò.

Altro tema importante è la difficoltà nel conciliare le esigenze della madre e quelle del bambino: da sempre, e lo dico perché a me per prima è stato trasmesso questo messaggio, si ritiene che la madre debba annullarsi totalmente per i figli e vivere in funzione loro. Mia madre ha fatto così e a sua volta mia nonna ha fatto così con lei. Perché? Chi lo dice? Perché si pensa, ad esempio, che per i primi mesi di vita del bambino il più grande piacere della madre sia stargli appiccicata e vivere entrambi nella reciproca adorazione? Viene inoltre confutata l'idea di "maternità come destino", concetto che oggi fortunatamente si sta molto allentando ma ancora non è del tutto scomparso: la maternità è una scelta e non è che il non voler diventare madre mi renda meno donna rispetto a una che invece vuole diventarlo. Proprio quest'ultimo punto è stato oggetto qualche anno fa di un'accessima discussione con mia madre che sosteneva che per essere davvero tale, una donna deve sentire il desiderio della maternità, altrimenti non è abbastanza donna. L'avrei impastata al muro.

Si parla inoltre di come si è modificata nel tempo l'educazione delle bambine e come il concetto di "madre tradizionale" che ancora fatica ad essere estorto, sia in palese contrasto con i valori che oggi vengono ritenuti importanti (l'autonomia, l'indipendenza, la flessibilità, ecc.) e vengono fatti esempi delle motivazioni per cui molte donne, oggi, sono senza figli. Insomma, un libro che esplora in modo ampio una questione che sicuramente viene data troppo spesso per scontata, ma che invece ci riguarda tutte da vicino e che per questo motivo consiglierei a tutte le donne dai 20/25 anni in su.

Il mio giudizio:


Formato: Hardcover
Pagine: 192
Edizione: Mondadori, 2013
Inizio lettura: 04 novembre 2013
Fine lettura: 08 novembre 2013
Lettura n.: 48/2013

La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Autore: Dino Buzzati
Data di pubblicazione: 1945
Editore: Mondadori, 1997
Formato: Paperback, 75 pag.

Inizio lettura: 09 settembre 2013
Fine lettura: 10 settembre 2013
Lettura n.: 37/2013
Il mio voto: ★★★☆☆
Dunque ascoltiamo senza batter ciglia
la famosa invasione degli orsi in Sicilia.
(incipit)
Conoscevo già da tempo il titolo di questo racconto di Dino Buzzati e credo anche, in passato, di aver sentito da qualche parte la prima strofa della poesia che dà inizio alla storia, senza però avere alcuna idea di che cosa parlasse.

I protagonisti di questa favola piuttosto amara e malinconica sono gli orsi che tanti secoli fa, in una Sicilia mitica, vivevano in pace e in semplicità sugli altissimi monti dell'isola. Quando però il figlio del loro re viene rapito dai cacciatori uomini, un esercito di orsi scende dalle montagne e, dopo aver superato mille pericoli, espugnano finalmente la città degli uomini ai quali si mescolano, acquisendone però i vizi.

Gli orsi protagonisti del racconto sono completamente umanizzati: non solo parlano la stessa lingua degli uomini, ma ognuno di loro ha delle caratteristiche ben precise che vengono presentate all'inizio del libro (vi è infatti un elenco di luoghi e personaggi con una breve descrizione) e che svolgeranno un ruolo chiave all'interno della vicenda. Il linguaggio usato da Buzzati è chiaro e semplice, perfettamente adatto ad un bambino, ma a questo fa un po' da contraltare l'enorme quantità di morti disseminati nella storia (anche se in realtà, pensando ai film e ai videogiochi che passano oggi sotto il naso dei bambini, anche molto più piccoli di quelli a cui è indirizzata questa storia, non credo proprio ci sia nulla di cui scandalizzarsi). Il messaggio che Buzzati vuole mandare è chiarissimo: l'uomo è egoista e corrotto, e con i sui comportamenti corrompe anche tutto ciò che di innocente c'è intorno a lui. Ebbene si, Buzzati non dimostra molta pietà nei confronti dei suoi simili, ma dopotutto come dargli torto? Fortunatamente il lieto fine c'è, ma per gli orsi, che resisi conto della cattiva influenza degli uomini decidono di tornare alle montagne.

Vetro

Autore: Giuseppe Furno
Data di pubblicazione: 2013
Editore: Longanesi, 2013
Formato: Hardcover, 784 pag.

Inizio lettura: 21 agosto 2013
Fine lettura: 01 settembre 2013
Lettura n.: 33/2013
Il mio voto: ★★★★☆
Tutto era accaduto nello spazio di un respiro, poco prima della mezzanotte. Di quell'attimo Andrea ricordava il lampo, la vibrazione, il boato, poi il vento, infine il calore e le fiamme. Chissà perché, sulle prime, aveva attribuito l'esplosione alla fine della storia con Taddea. Probabilmente era stato il sonno a sposare due eventi che nulla avevano in comune, salvo un improvviso cambiamento.
Il romanzo è diviso in quattro parti, come gli elementi: fuoco, acqua, terra, aria ed effettivamente ogni elemento è predominante nella parte che ne prende il nome. Il protagonista della vicenda è Andrea Loredan, figlio minore del doge Pietro Loredan (figura storica realmente esistita; nella realtà ebbe però un solo figlio, Alvise, presente anch'egli nel romanzo) e Avvocato de'Prigioni, ovvero avvocato "d'ufficio" che difende coloro che vengono arrestati e rinchiusi nelle prigioni di Venezia.

Il tutto inizia il 13 settembre 1569, notte dello scoppio dell'Arsenale; durante i tragici eventi di quella notte, Andrea viene coinvolto in una vicenda misteriosa che riguarda una badessa in fin di vita e un anziano turco. Contemporaneamente la sua vita si lega a quella di Sofia Ruis, una madre che ha perso inspiegabilmente un figlio e ora rischia di perdere anche l'altro, accusato dell'omicidio del fratellino.

Anche se il protagonista "ufficiale" del romanzo è Andrea, l'autore ci dà la possibilità di leggere la vicenda dai punti di vista di innumerevoli personaggi; ciò permette di approfondire e delineare tutta una serie di figure che popolano la Venezia del romanzo e mostrare i diversi aspetti e le diverse facce della vita nella città: gli intrighi politici, la vita quotidiana, il lavoro, il funzionamento delle leggi, ecc. Insomma, fa vivere la Venezia del '500 in maniera così realistica e intensa da dare davvero l'impressione di esserne catapultati per le strade. Senza dubbio uno dei romanzi meglio scritti tra quelli da me letti quest'anno (e tra i "non-classici" è certamente il migliore).

Zia Antonia sapeva di menta

di Andrea Vitali
Ebook, 212 pagine, Garzanti 2011
Invisibile ma presente.
Inconfondibile. Solo lui era così.
E sembrava impossibile che fosse lì dentro.
Eppure…
Entrato nella stanza, Ernesto Cervicati si era improvvisamente fermato davanti a quel muro fantasma, ma dotato di una sua solidità. Aveva annusato. Una, due, tre volte, tirando su discretamente con il naso.
Non c’era da sbagliarsi, era odore di aglio.incipit
Trama: «Aglio, cipolle, rape, ravanelli e porri sono verdure indigeste che non diamo mai agli ospiti della casa!»
Suor Speranza ne è sicura: nel minestrone che ha distribuito ai pazienti della Casa di Riposo di Bellano l'aglio non l'ha fatto mettere di sicuro. Allora come mai Ernesto Cervicati, entrando nella stanza di zia Antonia, ha sentito quell'odore, invece dell'aroma inconfondibile e fresco della menta?
Ernesto conosce bene il rassicurante profumo delle mentine di cui è golosa la sua anziana parente. Certo meglio di suo fratello Antonio, che della zia non ha mai voluto saperne: gli interessava molto di più Augusta Peretti, una trentacinquenne ossigenata e vogliosa, nonché figlia di salumiere. Ernesto invece aveva accolto zia Antonia in casa sua e l'aveva accudita per tre anni, finché lei, un po' per non gravare troppo sul nipote, un po' per pudore, aveva deciso di trasferirsi all'ospizio.
Quel sorprendente odore d'aglio è un piccolo enigma. Forse è l'indizio di qualcosa di più grave. A indagare, oltre a Ernesto e all'energica suor Speranza, si ritrova anche il dottor Fastelli, medico dal carattere gioviale ma di grande sensibilità.
Intorno a questo profumato mistero, Andrea Vitali costruisce un romanzo carico di tenerezza, una di quelle storie che, come zia Antonia, ti accarezzano in un fresco abbraccio. Per poi regalarti, alla fine, una sorpresa.

Bianca come il latte, rossa come il sangue

di Alessandro d'Avenia
Ebook, 290 pagine, Mondadori 2010
Ogni cosa è un colore. Ogni emozione è un colore. Il silenzio è bianco. Il bianco infatti è un colore che non sopporto: non ha confini. Passare una notte in bianco, andare in bianco, alzare bandiera bianca, lasciare il foglio bianco, avere un capello bianco… Anzi, il bianco non è neanche un colore. Non è niente, come il silenzio. Un niente senza parole e senza musica. In silenzio: in bianco. Non so rimanere in silenzio o da solo, che è lo stesso. Mi viene un dolore poco sopra la pancia o dentro la pancia, non l’ho mai capito, da costringermi a inforcare il mio bat-cinquantino, ormai a pezzi e senza freni (quando mi deciderò a farlo riparare?), e girare a caso fissando negli occhi le ragazze che incontro per sapere che non sono solo. Se qualcuna mi guarda io esisto.incipit
Trama: Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori "una specie protetta che speri si estingua definitivamente". Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c'è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l'assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell'amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l'ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

La Jolanda Furiosa

di Luciana Littizzetto
Ebook, 296 pagine, Mondadori 2008
Buon Natale, buon anno, buone feste. Comment ça va? Abbastanza bien? C’avete dato dentro col cibo e vi è venuta la pancia a forma di panettone? È perché mandate giù senza masticare, come i pitoni. Avrete ormai il colesterolo che è esondato dagli argini. Mi sa che siete di quelli che dopo il pranzo di Natale alla sera dicono: “Stasera solo un brodino… al limite un po’ di insalata che mi lava la bocca”. Poi aprono il frigo, vedono lo zampone che li saluta, un avanzo di tacchinella, un brandello di mostarda e van giù di mandibola come pescecani…incipit
Trama: Nessuno come Luciana Littizzetto riesce a farci ridere prendendo in giro i nostri costumi. E quello che c'è sotto. Insomma, per capirsi, quelle cose lì che ognuno chiama un po' come vuole, ma quando lei le chiama il walter e la jolanda la risata è irresistibile, imperiosa, incontinente. Nessuno come la mitica Litti riesce a rendere sublimi anche gli argomenti più triviali, e a trascinare a terra, a portata di mano e di sbeffeggio, quelli più alti. O forse semplicemente sopravvalutati.

[Lettura #21/2012] L' acchiapparatti


di Francesco Barbi
Saga L'acchiapparatti, Libro 1
Hardcover, 480 pagine, Baldini Castoldi Dalai 2010
I dadi d’osso erano stati lanciati. Le dita artritiche della cieca li sondavano ad uno ad uno.
«Come hai detto di chiamarti, figliolo?»
«Gelco.»
«Come? Abbi pazienza, le mie orecchie sono così stanche.»
«Gelco.»
«Dunque Gelco, cosa vuoi che veda?»
«Non saprei… Il mio futuro»incipit
Trama: Pochi a Tilos conoscono il nome di Ghescik. Lui è soltanto il becchino, l'ometto gobbo e storpio che vive al cimitero, ai margini del paese. Pochissimi sanno che coltiva una passione insana per la feldspina e gli scritti antichi. Solo lo strambo acchiapparatti gli è amico. Notte fonda. Al sicuro tra le mura della casa-torre diroccata, Zaccaria sta rimproverando uno dei suoi gatti quando qualcuno bussa alla porta. Il becchino si presenta con un libro rilegato in pelle scura, che sostiene di aver vinto grazie a una scommessa con lo speziale. Risale a epoche in cui la magia non era stata ancora messa al bando e sembrerebbe contenere le memorie di un defunto negromante. Ghescik non fa parola dello strano diadema rinvenuto in un sotterraneo della "torre maledetta", ma ha un solo modo per scoprire se certi suoi sospetti sono fondati: far tradurre il libro a Zaccaria che, inspiegabilmente, ha sempre avuto grandi doti come decifratore delle lingue arcane... Inseguiti dagli sgherri dello speziale, becchino e acchiapparatti verranno catapultati nei meandri di una vicenda terribile che non coinvolgerà i soliti eroi, ma una compagine di personaggi inconsueti: un cacciatore di taglie sfigurato, una prostituta dalle molte risorse, un gigante che parla per proverbi sgrammaticati e una schiera di feroci tagliagole. Ma quale legame esiste tra il misterioso diadema e la terrificante creatura rinchiusa da secoli nelle segrete di Giloc?