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Le mie letture: Boy Erased, di Garrard Conley

Boy Erased: Vite cancellateBoy Erased: Vite cancellate by Garrard Conley
My rating: 3 of 5 stars

Boy Erased - vite cancellate è la storia storia autobiografica di Garrard Conley, nato e cresciuto in una comunità evangelica dell'Arkansas, che dopo aver dichiarato ai genitori la propria omosessualità viene sottoposto alla cosiddetta "terapia della conversione" da parte dell'associazione cristiana Love In Action che, fondata nel 1973, si poneva l'obiettivo di "curare" le persone omosessuali.

Il libro ci mostra dall'interno le violenze psicologiche perpetrate da queste "terapie" sulle persone che le subiscono: esercizi basati sul senso di colpa, sul costante ribadire il proprio stato di peccatori e sulla continua analisi di ciò che c'è di sbagliato in sé e nella propria genealogia familiare. Il tutto è condito da incessanti rimandi al testo biblico, che rendono l'atmosfera pesante e claustrofobica, proprio per la ripetizione ossessiva di queste frasi roboanti, minacciose e apocalittiche pronunciate dai personaggi.

Questi elementi, che da una parte aiutano a comprendere lo stato emotivo di continua pressione psicologica a cui è sottoposto il protagonista, hanno reso la mia lettura non troppo scorrevole, e da questo punto di vista credo mi abbia molto aiutato l'aver ascoltato il libro nella sua versione audiobook: mettersi le cuffie e far partire una storia, anche un po' pesante, aiuta moltissimo a superare anche i punti più lenti della narrazione.

L'elemento che mi ha più convinto è senza dubbio l'onestà con cui l'autore ci racconta se stesso e le proprie emozioni. Credo infatti che uno degli aspetti più difficili da accettare di questa storia sia proprio la figura dell'autore/protagonista: il Conley ragazzo che noi seguiamo durante la terribile esperienza che ha vissuto è totalmente parte della comunità in cui è cresciuto, la quale ha plasmato la sua identità e le sue idee. È lui per primo a sentire il bisogno di "curare" la propria omosessualità, a ritenere che i suoi genitori abbiano ragione a non poterlo accettare in quanto peccatore.

Si tratta di un atteggiamento che trovo perfettamente normale e più che comprensibile, che però crea anche delle sfumature di personalità nelle quali non è semplice identificarsi. Mi spiego meglio: i romanzi, ma più in generale le narrazioni di episodi di violenza (di qualsiasi genere) tendono spesso a trasporre la personalità delle vittime il più possibile scevra da contraddizioni o contrasti, come se una persona potesse guadagnarsi il ruolo di vittima soltanto se ha vissuto come una sorta di santo martire o se i suoi tentativi di ribellione siano stati tarpati crudelmente dai suoi carnefici. In questo caso il percorso del protagonista per vedersi egli stesso come vittima, è un percorso molto lungo e complesso, che consiste nel dover abbattere tante certezze con cui è cresciuto e con cui ha sempre convissuto. Questo lo porta spesso ad assumere dei comportamenti che sono dei veri e propri auto sabotaggi, e ciò rende ancora più difficile la lettura, specialmente dal punto di vista emotivo.

La mia opinione generale è che questa sia una di quelle storie che ci permettono, seppure con fatica, di metterci davvero nei panni degli altri e di farlo in una situazione che ci obbliga a dover accettare anche dei punti di vista o dei percorsi di vita che non condividiamo.

[Recensione] Benedizione, di Kent Haruf


Ci sono romanzi con i quali ho bisogno di prendermi del tempo prima di poter buttare giù due righe: ho bisogno di farmeli entrare dentro e mettere insieme le idee. Con Benedizione non ne sento la necessità: appena chiuso il libro (o meglio, spento il Kobo) avevo già chiare in mente le parole che avrei scritto, devo solo renderle abbastanza efficaci da convincervi a leggerlo assolutamente.

Si, perché Benedizione è un libro bellissimo scritto in modo magistrale, una storia di rimpianti che però non scade mai nel patetico. Il romanzo è ambientato a Holt, in Colorado e vede il protagonista, Dad Lewis, affrontare la sconvolgente notizia di avere ancora poche settimane di vita a causa di un cancro ormai in stadio avanzato e incurabile. Accanto a lui ci sono la moglie Mary, che è stata al suo fianco per tutta la vita, la figlia Lorraine che ha a sua volta perso la propria figlia in un incidente stradale e una serie di altri personaggi, abitanti di Holt, che a causa della malattia di Dad si stringono attorno alla famiglia. Ma non solo: ad accompagnare Dad verso la fine ci sono anche i rimpianti e i sensi di colpa di una vita intera fatta di duro lavoro ma anche di durezza e rigidità.

Il romanzo si dipana tra presente e passato, tra la quotidianità e i ricordi ma senza mai dei veri e propri stacchi netti. È un po' come se tutto ciò che avviene nel romanzo stia accadendo il quel determinato momento e ciò è effettivamente quello che succede quando ricordiamo: ci perdiamo nel passato mantenendo sempre un'ancora con il presente. I capitoli sono brevi e il focus non resta sempre e solo su Dad ma si sposta seguendo gli altri cinque o sei personaggi-chiave della storia. 
Lo stile è essenziale e asciutto, ogni parola è misurata, necessaria esattamente così com'è scritta. I dialoghi sono formidabili, sia perché la scelta di omettere le virgolette rende la scrittura un "tutto" fluido che avvinghia il lettore e non lo lascia andare finché non si è giunti all'ultima pagina, sia perché ogni parola pronunciata da ciascun personaggio è parte integrante della personalità del personaggio stesso.

Parliamo poi dell'atmosfera: quella che si respira in Benedizione è una sensazione di costante attesa che pervade l'intero romanzo. L'attesa della morte di Dad incombe su tutti i personaggi come una cappa, come il caldo soffocante che sembra rallentare lo scorrere del tempo e lasciare i personaggi quasi sospesi tra ricordi e dilemmi morali, tra occasioni perse e scelte sbagliate.

Benedizione è un romanzo straordinario nella sua semplicità e nel suo modo asciutto di raccontare, senza infiocchettamenti o inutili sentimentalismi, eventi tutto sommato ordinari, quotidiani (vita, morte, errori, rimpianti... tutti prima o poi ci arriviamo). Eppure si piange, ma mi sono resa conto che le mie lacrime più che di commozione sono state di liberazione, di sfogo per quell'attesa che alla fine si spezza e che libera i personaggi ma anche noi lettori. Perché nonostante tutto, la vita va avanti.

Voto: 9,5/10

♥ Questo libro fa per voi se... se... non lo so, sono rimasta dieci minuti buoni a cercare un "se". La questione è che secondo me questo libro è meraviglioso, quindi fa per voi se volete leggere un libro meraviglioso.

[Recensione] Voli acrobatici e pattini a rotelle a Wink's Phillips Station


Come fa Fannie Flagg a scrivere romanzi così adorabili? Il suo è un vero talento naturale e anche questa volta si è confermata all'altezza delle mie aspettative: come gli altri suoi libri "Voli acrobatici e pattini a rotelle" è un gioiellino di semplicità, serenità e genuinità. È vero, la formula di quest'autrice è sempre la stessa: personaggi femminili intraprendenti che si oppongono ad altri più tradizionali, alternanza della narrazione tra passato e presente ed un'ambientazione da provincia americana con pregi e difetti. Però le riesce bene! Il suo stile è semplice e alla portata di tutti, ma pur non lasciando spazio a drammi troppo accentuati e mantenendo sempre toni tutto sommato leggeri, riesce a non risultare superficiale.

Il fulcro di tutti i romanzi della Flagg sono i personaggi femminili per i quali ricorre sempre uno schema che oppone delle figure femminili forti e intraprendenti (spesso protagoniste delle parti narrate nel passato) a donne apparentemente più insicure, legate ai canoni tradizionali che le vedono mogli, madri e casalinghe. L'aspetto che mi piace di queste donne è che indipendentemente dal loro atteggiamento verso la vita riescono sempre, alcune in modo più semplice, altre lottando contro la loro educazione o contro se stesse, a tirare fuori il loro carattere e alla fine del romanzo le si vede per come sono realmente. Questo secondo me è il più bel modo di parlare di femminismo perché a mio avviso è questo il vero significato della parola: essere femministi significa ritenere che una donna possa essere libera di seguire la propria natura, le proprie inclinazioni e le proprie passioni, anche quando queste corrispondono con quelle attività o quelle aspirazioni considerate più "tradizionali"; l'importante è che sia una libera scelta, non condizionata dalle convenzioni o dall'influenza della società che tende ad appiattire il ruolo della donna. E questo è ciò che avviene nei romanzi della Flagg: i personaggi trovano se stessi e imparano ad esprimere la propria personalità.

Non sempre però la società in cui vivono permette a queste donne di vivere e agire liberamente: come dicevo prima, spesso i personaggi più audaci e intraprendenti sono quelli che vivono nel passato e le loro aspirazioni vengono soffocate dagli uomini e in generale da una società non ancora pronta ad accettarle. Accadeva in "Pomodori verdi fritti" e accade anche in questo romanzo in cui si racconta il diverso trattamento subito dalle WASP rispetto ai soldati uomini, alle quali vengono ad esempio rifiutati i gradi dell'esercito (informandomi, ho scoperto che solo nel 2009 l'America ha riconosciuto un'onorificenza a queste donne coraggiose che hanno dato un forte contributo al Paese permettendo agli uomini di andare a combattere e occupandosi degli spostamenti degli aerei militari e dei test aerei) nonostante il loro fondamentale contributo.

Naturalmente la Flagg rimane una scrittrice "popolare" intesa come adatta a tutti i palati letterari; per questo motivo non bisogna aspettarsi un romanzo che approfondisca i temi dei diritti delle donne o che entri particolarmente nei dettagli storici e non voglio nemmeno leggervi dietro chissà quale intento di sensibilizzazione. I suoi romanzi sono leggeri e mai davvero dolorosi, anche quando si parla di temi potenzialmente forti come la guerra, la morte, il razzismo, il sessismo, ecc. ma ciò che li rende secondo me adatti anche a chi solitamente ama leggere libri più impegnati è il fatto che si percepisce chiaramente che si tratta di una scelta volontaria e non di un'incapacità dell'autrice di approfondire le tematiche di cui parla: i suoi libri restano sempre su toni sereni e allegri ma vanno abbastanza in profondità per soddisfare chi preferisce limitarsi al suo racconto e incuriosire chi invece vorrebbe approfondire questi temi.

In più i suoi personaggi, nessuno escluso, saltano letteralmente fuori dalle pagine e anche quelli più insopportabili alla fine riescono comunque a far breccia nel cuore del lettore: amo il fatto che non siano mai monodimensionali e rigidi ma che cambino e si evolvano moltissimo durante l'intera durata della storia. Nel caso di questo romanzo, ad esempio, avrei preso Sookie a sberloni tutto il tempo urlandole: "sveglia! sveglia!" ma il suo carattere così remissivo è essenziale ai fini della storia: innanzitutto l'ho apprezzato moltissimo perché è estremamente realistico, in più se non fosse stata così disperatamente succube di tutte le persone che la circondano, non avrebbe avuto la significativa evoluzione che invece la vediamo compiere.

Infine un'altra nota positiva è stato il fatto che grazie a questo romanzo ho scoperto la storia delle WASP delle quali purtroppo non avevo mai sentito parlare.

Voto: 7/10



♥ Questo libro fa per voi se... volete conoscere personaggi che si faranno ricordare, anche se il romanzo non raggiunge la freschezza e l'originalità di "Pomodori Verdi Fritti".

Il gioco di Ripper

(El juego de Ripper)
di Isabel Allende

Formato: Paperback, 462 pagine
Editore: Feltrinelli, 2013
Genere: Teatro
Data prima pubblicazione: 1606
Lettura n.: 04/2016
Preso da: Regalo (cartaceo) + prestito MLOL (ebook)


Voto: 7.5/10


“Mia madre è ancora viva, ma sarà uccisa Venerdì Santo a mezzanotte” lo avvertì Amanda Martín e l’ispettore capo la prese sul serio, visto che aveva dato prova di saperne più di lui e di tutti gli agenti della Sezione Omicidi. La donna era prigioniera da qualche parte nei diciottomila chilometri quadrati della Baia di San Francisco, avevano poche ore per trovarla ancora in vita e lui non sapeva da dove cominciare.
(incipit)


✎ Il mio parere
Ho iniziato "Il gioco di Ripper" per prendere fiato durante una delle letture più noiose che mi sian capitate negli ultimi anni (e che purtroppo non riesco proprio a proseguire, tanto che credo la abbandonerò) e non avrei potuto fare una scelta più azzeccata: il romanzo è un mix tra un thriller e un romanzo familiare, e quello che nelle mani di uno scrittore normale si sarebbe rivelato un pasticcio inimmaginabile, con la fantastica abilità narrativa della Allende si è trasformato nel thriller più emotivamente approfondito che abbia mai letto. Il motivo per cui di solito non leggo thriller, infatti, è proprio la sproporzione tra l'importanza della trama e l'approfondimento dei personaggi, che nel 90% dei casi non esiste perché l'essenziale in un thriller è l'azione. Sì, centra anche il fatto che sono una fifona e la tensione del thriller mi fa venire l'ansia, ma per la maggior parte i miei problemi con questo genere riguardano la scarsa empatia. Con questo romanzo non si corre alcun rischio di superficialità perché a costo di rallentare un po' il ritmo (soprattutto per chi cerca tanta azione) la Allende ci regala un ritratto molto intimo dei suoi personaggi, che diventano degli amici da cui è difficile separarsi una volta chiusa l'ultima pagina.

Nel complesso comunque credo che i tempi del romanzo siano stati gestiti molto bene: è vero che in proporzione la parte "poliziesca" è minore rispetto quella dedicata all'approfondimento dei personaggi e delle loro relazioni, ma per quanto mi riguarda questo non ha mai né compromesso la tensione del romanzo nei momenti "clou", né l'intimità della scrittura quando serviva per creare più atmosfera. Anzi, l'aver ritrovato in parte quel calore con cui la Allende è solita mostrarci i suoi protagonisti è stato per me un motivo di maggiore immedesimazione nella storia.

Rispetto a ciò a cui questa autrice ci ha abituato, l'elemento di realismo magico è quasi assente; dico quasi perché ogni tanto in qualche immagine particolarmente evocativa o qualche capacità extrasensoriale salta fuori (la Allende non ce la fa proprio ad eliminarla del tutto), però il romanzo non si inserisce assolutamente nel suo filone "classico", il che per me è un bene, perché è giusto che uno scrittore ogni tanto si metta alla prova ed esca un po' dal seminato, specialmente se dotato e abile come lei. Per me scoprire una Allende scrittrice di thriller è stata una bellissima sorpresa e per quanto io adori quel sentore di magia che si respira nei suoi romanzi, sono rimasta soddisfatta da questo esperimento.

Per finire, giustamente parliamo del finale (che metto come sempre sotto spoiler): devo ammettere che mi ha spiazzato, prima con Carol e poi con Gary... questo ultimo colpo di scena nel colpo di scena non mi ha entusiasmato del tutto, mi sarebbe bastato rendermi conto che dietro tutto ci fosse l'insospettabile Carol, però devo dire che con me ha centrato l'obiettivo: non me lo sarei mai aspettato! C'è da dire che io sono una pippa allucinante nei gialli e non indovinerei il colpevole nemmeno se mi ballasse nudo davanti agli occhi, però effettivamente mi ha stupita. Mi è dispiaciuto invece moltissimo per il povero Ryan: la sua fine è credibile, non posso criticarla e anzi, finalmente un eroe che muore e non si salva per il rotto della cuffia, però mi è dispiaciuto un sacco e una piccola parte di me avrebbe desiderato il tanto agognato lieto fine... leggere l'epilogo mi ha quasi fatta piangere!


♥ Questo libro fa per voi se... siete curiosi di scoprire una Isabel Allende inedita scrittrice di thriller.


Periodo di lettura: 22 - 26 gennaio 2016
Ambientazione: USA
Opere derivate: -
Sfide: sfida LGS - sfida Bookopoly - sfida TBR 2016 -

Recensione: "Il tredicesimo dono"

Buon mercoledì, e buona pre-vigilia di Natale!! Vale come festività? Non credo, però oggi al lavoro faccio solo mezza giornata, quindi per me è sicuramente una giornata di festa e quando leggerete questo post io sarò in giro a comprare gli ultimi regali (lo so, mi riduco sempre all'ultimo!). Adesso invece vi porto con me in una storia in pieno spirito natalizio, ricca di regali, di amore e di generosità.

(The 13th Gift: A True Story of a Christmas Miracle )
di Joanne Huist Smith

Formato: Hardcover, 166 pagine
Editore: Garzanti, 2015
Genere: Narrativa varia
Data prima pubblicazione: 2015
Lettura n.: 51/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 8/10

Caro lettore, ho imparato le parole del canto di Natale The Twelve Days of Christmas da bambina, nel coretto della scuola, quando la magia delle feste ancora mi colmava di un senso di meraviglia e di speranza, quando sembrava che i sogni fossero diventati realtà. Pernici e alberi di pere, dame danzanti e signori saltellanti: pensavo che le parole del canto fossero ridicole. Non sapevo, allora, che in quelle buffe strofe si nascondeva la chiave della felicità.
incipit prefazione
✎ Commento
Scrivo questo commento a caldissimo: ho terminato la lettura da pochi minuti ma sono talmente entusiasta che voglio mettere giù subito le mie impressioni (anche perché altrimenti non farei in tempo a pubblicare).

Sono mesi che vedo questo romanzo comparire su tutte le librerie di Goodreads e sui post dei miei blog preferiti; non ero partita con l'idea di leggerlo per Natale quest'anno ma a poco a poco è cresciuto il desiderio di trovare una lettura che mi facesse sentire questa festa che da quando sono cresciuta ha perso un po' la sua magia e nel cui spirito faccio ogni anno sempre più fatica ad entrare, così presa da tutte le cose ordinarie che appartengono alla mia vita quotidiana anche nel mese di Dicembre... anzi, forse lo stress lavorativo e le ansie aumentano ancora di più tra scadenze, clienti impazziti, regali da comprare di corsa e cene da organizzare per fare gli auguri a tutti gli amici e parenti che non rivedrà fino al nuovo anno. Insomma, quello che dovrebbe essere un periodo di serenità di trasforma in un delirio e quasi non vedo l'ora che finisca pur di avere un po' di respiro.

Fortunatamente quest'anno sulla mia strada ho trovato Il tredicesimo dono, che mi sono decisa a prendere in prestito in biblioteca dopo aver letto la recensione sul blog Ombre Angeliche, che mi ha permesso di entrare in punta di piedi nella vita di una famiglia che ha riscoperto il calore del Natale, dell'affetto e dello stare insieme dopo un evento che ha rischiato di eclissare per sempre la loro gioia: i protagonisti del romanzo sono infatti l'autrice e i suoi tre figli Ben, Nick e Megan che all'inizio della storia si preparano ad affrontare il primo Natale senza il loro papà, morto a causa di una malattia pochi mesi prima. A parte la sorella più piccola, di dieci anni, nessuno degli altri componenti della famiglia è nello spirito di festeggiare il Natale: Joanna ha perso ogni energia ed è solo il suo senso di responsabilità verso i figli che la trattiene dal nascondersi sotto una coperta sul divano, che è diventato il suo letto dopo che il solo ingresso nella camera che divideva con il marito si è trasformato in un'impresa impossibile, e non uscirne più. Ben, il figlio diciassettenne, è pieno di una rabbia repressa che lo porta a sparire per giornate intere e rientrare la notte ad orari improponibili senza quasi rivolgere la parola agli altri membri della famiglia e Nick, di dodici, sfoga il dolore in una specie di apatia che lo porta ad isolarsi dagli altri, chiuso nella sua cameretta. L'unica che vorrebbe festeggiare il Natale è la piccola Megan di dieci anni, la cui indole positiva è quasi una stonatura, che suscita tenerezza, in un equilibrio familiare che all'inizio del libro sembra davvero in procinto di cedere. La situazione di stallo che sta prendendo il sopravvento in questa famiglia viene improvvisamente scossa dall'arrivo, nel capitolo di apertura del romanzo, di un dono inaspettato inviato da dei misteriosi veri amici, seguito da altri undici regali che, uno al giorno, vengono recapitati davanti alla loro porta. Questi doni, che inizialmente creano grande trambusto nell'anima dei quattro protagonisti, saranno il mezzo attraverso cui questa famiglia tornerà a trovare una ragione per andare avanti e riscoprire l'importanza di essere uniti e di supportarsi l'uno con l'altro.

Con la sua semplicità e genuinità questa storia mi ha coinvolto profondamente: non l'ho trovata patetica o strappalacrime ma emozionante e sincera. Non so quanto ci sia di reale e quanto di romanzato nelle vicende raccontate (si tratta infatti di una storia vera) ma credo che tutta la parte legata all'elaborazione del lutto da parte dei personaggi e al processo di ricostruzione del loro rapporto sia raccontata in modo talmente verosimile da far dubitare che sia tutto solo finzione. Non ho trovato mai nulla di forzato o di finto nei sentimenti e nelle reazioni dei quattro Smith, anche se senza dubbio tutta questa solidarietà sparsa a manciate per l'intera città, i cui abitanti si prodigano per sostenere la famiglia anche nelle situazioni più... diciamo "eccentriche", suona un po' come la classica americanata da film per famiglie in cui sul finale tutto il quartiere collabora per rimediare a qualche guaio o farsi perdonare qualche ingiustizia. In ogni caso posso dire che questa "zuccherosità" non mi ha dato fastidio, perché non risulta mai talmente esagerata da essere palesemente inverosimile: diciamo che in noi cinici europei lascia il dubbio che forse davvero, almeno a Natale, gli americani vivano come se fossero perennemente i protagonisti dei loro film... ^_^

Forse la verità è semplicemente che avevo bisogno di un libro che mi smuovesse dalla svogliatezza di quest'ultimo periodo e che mi facesse provare delle emozioni e una profonda empatia con i personaggi. La conclusione della storia mi è piaciuta; diciamo che nell'ultimo capitolo l'autrice ci fa tornare alla realtà uscendo dalla dimensione del romanzo e spiegando a noi lettori cosa e chi c'era dietro a quei regali e ciò che è accaduto in seguito. Un po' mi ha scosso questo cambio di registro, forse è stato un po' troppo netto: ero talmente immersa nella sua storia che tornare al presente è stato lievemente traumatico ma questo non ha tolto nulla alle sensazioni che ho provato leggendo questo romanzo e posso finalmente dire che adesso non vedo l'ora che sia Natale!!

♥ Questo libro fa per voi se... volete emozionarvi con una storia vera che vi farà credere nel potere della generosità.


Periodo di lettura: 20 - 22 dicembre 2015
Ambientazione: Bellbrook/Ohio/USA

Links: Sito del romanzo, Bibliografia

Recensione: "Il segreto della libreria sempre aperta"

(Mr. Penumbra's 24-Hour Bookstore)
di Robin Sloan

Formato: Hardcover, 306 pagine
Editore: Corbaccio, 2013
Genere: Mistery, avventura
Data prima pubblicazione: 2012
Lettura n.: 41/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 7/10

Perso tra le ombre degli scaffali, quasi ruzzolo giù dalla scala. Sono esattamente a metà. Il pavimento della libreria è lontano sotto di me, come la superficie di un pianeta che mi sono lasciato alle spalle. Le cime degli scaffali mi sovrastano là dove dominano le tenebre: non c'è molto spazio tra i libri e la luce non riesce a filtrare.
incipit
Commento
Mi sono divertita moltissimo a leggere questo romanzo, ambientato nel mondo dei libri e delle biblioteche, in cui il protagonista Clay, giovane libraio neo assunto dopo una fallimentare carriera nel mondo del web design, deve svelare il mistero di una società segreta che si nasconde tra i volumi polverosi di una buia libreria di San Francisco.

Negli ultimi tempi ho notato che vengono pubblicati molti libri che cercano di attirare i lettori utilizzando il binomio misteri/libri ma finiscono poi per rivelarsi della delusioni non rendendo davvero i libri il fulcro della vicenda ma usandoli solo come "specchietto per le allodole". Al contrario questo romanzo ha soddisfatto le mie aspettative rivelandosi una lettura molto piacevole, con personaggi interessanti e divertenti, un'avventura appassionante e un'ambientazione che è davvero quella che mi aspettavo, con librerie piene di scaffali alti fino al soffitto, vecchi libri dalle pagine ingiallite, società segrete con adepti incappucciati e un'inaspettato ruolo della tecnologia che si integra perfettamente nella vicenda senza rovinare lo spirito del romanzo.

L'aspetto che potrebbe forse non soddisfare tutti i lettori è la quasi totale mancanza di suspense, tanto che personalmente lo classificherei più tra i romanzi d'avventura che non tra i mistery: il ritmo rimane alto durante tutta la vicenda e non vi sono momenti morti, però non c'è mai un istante in cui si sia portati a pensare "oddio, e adesso che succede?" perché la storia rimane sempre piuttosto lineare e senza sottoporre mai il lettore ad attimi di vera tensione. Per quanto mi riguarda questo non mi ha portato ad apprezzare meno la storia, però mi rendo conto che se si cerca un romanzo che faccia tenere il fiato sospeso si potrebbe uscire delusi da questa lettura.


Lettura: 10 - 12 agosto 2015
Ambientazione: San Francisco/California/USA - New York/USA
La serie: #0.5 Ajax Penumbra 1969, #1 Il segreto della libreria sempre aperta

Recensione: "La breve favolosa vita di Oscar Wao"

(The Brief Wondrous Life of Oscar Wao)
di Junot Diaz

Formato: Paperback, 346 pagine
Editore: Mondadori, 2008
Genere: Narrativa contemporanea
Data prima pubblicazione: 2007
Lettura n.: 28/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 7.5/10

Dicono che sia venuto dall'Africa, racchiuso nelle grida degli schiavi; che fosse l'anatema finale degli indiani Taino, pronunciato mentre un mondo moriva e un altro nasceva; o che fosse un demone, penetrato nella Creazione attraverso la porta dell'incubo dischiusa alle Antille. Fukù americanus, o più colloquialmente fukù: usato in genere per indicare qualche tipo di maledizione o sventura, e in particolare la Maledizione e la Sventura del Nuovo Mondo.
incipit
Commento
Ammetto di non aver capito del tutto questo romanzo, però nel suo complesso mi è piaciuto, e molto. La breve favolosa vita di Oscar Wao racconta sì la vita del protagonista, appunto l'Oscar Wao del titolo, un ragazzo nerd, grasso e perennemente emarginato da tutti, ma è anche e forse principalmente la storia della sua famiglia.

In molti aspetti il romanzo mi ha ricordato le grandi saghe familiari della letteratura sudamericana: il fatto di poter seguire più generazioni della famiglia di Oscar, la presenza di figure femminili che "dominano" la scena con la loro possenza che è sia fisica ma soprattutto carismatica, la parte preponderante giocata dalla Storia, quella con la S maiuscola, che è l'altra protagonista e dominatrice del romanzo: la Repubblica Dominicana è un paese del quale prima di leggere questo libro non conoscevo assolutamente nulla, ma ha vissuto un passato di dittature come molti altri paesi sudamericani e le vicende si svolgono in gran parte durante la dittatura di Trujillo, che dominò il paese per più di trent'anni.

L'ambientazione è resa in maniera eccellente: specialmente nelle parti ambientate nel passato si viene letteralmente trasportati nella Santo Domingo degli anni '40-'50 e si riesce addirittura quasi a percepire l'odore delle strade e dei locali. Anche la parte di romanzo ambientata ai nostri giorni è molto ben strutturata e mi è piaciuto in particolar modo il contrasto tra la drammaticità della vita del protagonista e la colloquialità e la leggerezza con cui il narratore ci racconta le sue vicissitudini.

L'aspetto che più di tutti mi ha lasciato perplessa riguarda proprio il protagonista: non ho capito le motivazioni alla base della scelta di dare così tanta attenzione come viene fatto alla "nerditudine" di Oscar Wao, incluso l'utilizzo davvero vasto di espressioni e riferimenti a libri, film, videogiochi che appartengono al 'mondo nerd' (riferimenti al Signore degli Anelli, Star Wars, Dune tanto per citare i primi che mi vengono in mente). E' vero che il suo essere "sfigato" e senza alcun successo con le ragazze lo rende l'emarginato che è, vivendo in una società estremamente machista, in cui l'unico modo per dimostrare di essere un vero uomo è quello di lasciarsi dietro una scia infinita di donne, però resta il fatto che non ho del tutto colto l'importanza dell'elemento nerd all'interno del romanzo: insomma, poteva essere semplicemente brutto e sfigato.

Incomprensioni a parte, il romanzo è senza dubbio particolare e intenso, oltre ad essere molto dinamico seppur nella drammaticità degli eventi narrati e delle sensazioni che suscita. Il Pulitzer è meritatissimo, anche solo per lo spaccato della storia e della società dominicana che riesce a dipingere. Come sempre devo dire grazie alle sfide di aNobii per darmi l'occasione di scoprire romanzi che altrimenti mai avrei letto.


Lettura: 29 marzo 2015 - 03 aprile 2015
Ambientazione: Santo Domingo/Repubblica Dominicana - New York/USA

Terre desolate (La torre nera, #3)

(The Waste Lands)
di Stephen King

Formato: Paperback, 439 pagine
Editore: Sperling & Kupfer, 2003
Genere: Romanzo, Science Fantasy, Dark Fantasy, New Weird
Data prima pubblicazione: 1991
Lettura n.: 23/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 8.5/10

Era la sua terza volta con pallottole vere... e la sua prima volta estraendo dalla fondina che le aveva confezionato Roland.
Avevano una buona scorta di munizioni; Roland aveva portato più di trecento pallottole dal mondo in cui Eddie e Susannah Dean erano vissuti fino al momento della loro chiamata. Ma avere munizioni in abbondanza non significava che le si potessero sprecare, anzi, era vero il contrario. Gli sciuponi corrucciavano gli dei. Su questo credo era stato cresciuto Roland, prima da suo padre e poi da Cort, il suo più grande maestro, e a esso restava ancora fedele. Quegli dei non punivano forse all'istante, ma presto o tardi il castigo sarebbe giunto... e più lunga l'attesa, più pesante la penitenza.
incipit
Commento
Credo che potrei iniziare e concludere il post dedicato a questo libro scrivendo un'unica parola: wow. L'avventura di Roland e i suoi compagni mi sta sempre più appassionando; magari comincia in sordina, mi spiazza nei primi capitoli ma poi mi cattura come il demone della Villa e mi trascina nel Medio-Mondo anche contro la mia volontà.

Va detto: questa saga è strana. Ancora non si è capito che genere sia anzi, probabilmente non è catalogabile in nessun genere. Nel primo volume era predominante l'aspetto western, il secondo verteva più verso l'urban fantasy, mentre questo episodio è tendente al fantascientifico postapocalittico.
L'inizio di ogni libro mi crea una sensazione di smarrimento, perché sono pronta a proseguire un certo tipo di storia e mi ritrovo in qualcosa di totalmente inatteso. Questa però è anche la caratteristica che rende la lettura della saga della Torre Nera un'esperienza davvero unica: è come se King avesse deciso di fare un minestrone di tutto ciò che gli veniva in mente e la questione è che questo minestrone è venuto pure bene!!

In Terre desolate si comprende molto meglio l'ambientazione rispetto ai romanzi precedenti: quello in cui ci troviamo è il nostro mondo, che però è andato avanti. Le società come noi le conosciamo non esistono più, vi sono state guerre e distruzioni, l'equilibrio generale del mondo è stato sconvolto anche dal punto di vista fisico: il tempo scorre in modo imprevedibile e le distanze stesse non sono più misurabili perché soggette a continuo cambiamento. Vi sono città in rovina e antiche ma avanzatissime tecnologie abbandonate e difettose ma pronte a risvegliarsi al momento opportuno. Durante il viaggio attraverso le terre desolate incontriamo scenari drammatici ed inquietanti; devo dire però che mi sarei aspettata molti più elementi horror che invece proprio non ci sono: di sicuro alcune immagini sono abbastanza forti ma ho letto di peggio. Anche i richiami sessuali, che a me risultano non del tutto necessari, non sono così invadenti da infastidire (vi è un unico episodio in questo romanzo, e nemmeno troppo "crudo") e si lasciano leggere.

I personaggi, come la storia nella sua totalità, migliorano continuamente: sono complessi, in continuo cambiamento come il mondo che li circonda ed è impossibile non amarli e non seguire con trepidazione tutte le loro vicissitudini, gioendo e soffrendo con loro (e poi come si fa a non desiderare di avere un bimbolo affettuoso e coraggioso come Oy?!). Insomma, mi sto davvero affezionando al gruppetto di pistoleri alla ricerca della Torre Nera e di conseguenza sta nascendo in me la grande paura che prima o poi King mi combini qualche brutto scherzo. Oltre ai protagonisti, in questo episodio vengono introdotti molti nuovi personaggi, alcuni che non incontreremo più, altri che ci vengono invece solo abbozzati perché rappresenteranno il fulcro dei prossimi volumi: questi ultimi mi incuriosiscono molto perché al momento sono stati "buttati" nella vicenda ma mi chiedo davvero, vista l'evoluzione della storia nella conclusione del libro, come faranno a riallacciarsi ai protagonisit senza turbare l'equilibrio della narrazione.

Per il momento, nonostante la curiosità, mi fermerò per un po': non voglio esagerare e rischiare di stancarmi della lettura abbandonando poi la saga per tempo imprecisato come mi capita sempre. Inoltre sto leggendo i romanzi con un gdl su aNobii e nonostante i commenti infra-lettura languiscano un po' mi piace molto confrontarmi con gli altri alla fine della lettura.


Lettura: 25 febbraio 2015 - 12 marzo 2015
Ambientazione: New York/USA, Medio-mondo
La saga: #1 L'ultimo cavaliere - #2 La chiamata dei tre - #3 Terre desolate - #4 La sfera del buio - #5 I lupi del calla - #6 La canzone di Susannah - #7 La torre nera