Visualizzazione post con etichetta inghilterra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta inghilterra. Mostra tutti i post

I fiumi di Londra (Peter Grant, #1)

(Rivers of London)
di Ben Aaronovitch

Formato: Ebook, 350 pagine
Editore: Fanucci, 2012
Genere: Poliziesco, Urban Fantasy
Data prima pubblicazione: 2011
Lettura n.: 02/2016
Preso da: Kobo store


Voto: 8/10

Tutto cominciò all'una e trenta di un freddo martedì mattina di gennaio, quando Martin Turner, artista di strada e per sua ammissione apprendista gigolo, inciampò in un corpo davanti al portico dalla chiesa di St Paul a Covent Garden
(incipit)


✎ Il mio parere
"I fiumi di Londra" è il primo romanzo "indipendente" di Ben Aaronovitch, scrittore inglese già sceneggiatore della serie di Doctor Who (e l'influenza si sente!) e scrittore di alcune storie tratte dalla stessa serie. Si tratta di un poliziesco in salsa urban fantasy, il tutto condito da una spruzzata di Humour inglese che lo rende una lettura che potrebbe essere apprezzata dagli amanti di Terry Pratchett o Douglas Adams, anche se a dire il vero l'ironia risulta un pò meno pungente.

La storia è ambientata nella Londra contemporanea e vede come protagonista Peter Grant, un poliziotto destinato al lavoro da scrivania che scopre di avere un talento nel vedere fantasmi, individuare i "vestigia" - ovvero le tracce della magia - e di essere lui stesso un mago, entrando così a far parte di un reparto segreto della polizia che si occupa del sovrannaturale.

Aspettai che si allontanasse e poi aprii la mano sussurrando 'Lux!' La sfera brillò biancastra ed emanava un lieve tepore. Che mi venga un colpo, pensai. Sono un mago.

La Londra in cui vive è una città popolata da fantasmi, vampiri, dei e chissà cos'altro (lo scoprirò nei prossimi capitoli perché sì, è una saga!). Una serie di omicidi apparentemente scollegati tra loro la scuotono e Grant si trova a dover affrontare una corsa contro il tempo per risolvere il caso ed evitare un disastro affiancato dal burbero ispettore Nightingale, che sarà il suo maestro, e dalla collega Leslie May.

«Mi sta forse dicendo che i fantasmi sono reali?» Nightingale si pulì la bocca con un tovagliolo. «Hai parlato con uno di loro. Cosa ne pensi?» «Attendo conferma da un superiore» risposi. Posò il tovagliolo e prese la tazza di tè. «I fantasmi sono reali.» 

Tutta una serie di altri personaggi davvero interessanti fa da cornice al romanzo, prime tra tutte le famiglie divine. Il titolo del romanzo rimanda infatti al ruolo fondamentale rappresentato nella vicenda dalle divinità dei fiumi che scorrono (o scorrevano in passato) attraverso Londra: divinità che, divise in due fazioni, si contendono la supremazia sulla città. La vicenda tra le divinità legate al Tamigi e ai suoi affluenti è una sorta di 'storia nella storia' che si sviluppa intrecciandosi con la trama poliziesca. Non aspettatevi (o non temete, a seconda dei punti di vista :D ) di trovare storie d'amore o vicende adolescenziali: questa è una storia "adulta" - seppure tranquillamente leggibile da chiunque e dai toni sempre leggeri - e nella quale il romanticismo non è assolutamente centrale. Si cerca di risolvere un caso e allo stesso tempo di non scatenare una guerra nel mondo magico, che vive parallelo e perfettamente mimetizzato con quello umano.

In questo senso, un aspetto del romanzo che ho apprezzato molto è il realismo con cui è stato inserito l'elemento magico nel contesto della storia: nei fantasy che ho letto finora, la magia è sempre stata in qualche modo slegata rispetto alla quotidianità, spesso grazie all'ambientazione fantastica o allo svolgimento delle vicende in una realtà quasi "parallela", come ad esempio la saga di Harry Potter nella quale i maghi vivono in una società separata rispetto ai babbani, che a volte sembra trovarsi addirittura su un altro piano della realtà. In "I fiumi di Londra" la magia convive davvero con la realtà: i personaggi magici usano internet, i cellulari, i computer, la televisione, le videocamere e tutta la tecnologia conosciuta. In più la magia viene spesso legata alla scienza (il primo teorizzatore della magia altri non è che Isaac Newton, uno dei padri della scienza moderna) e su tutti i fenomeni magici Peter Grant si pone delle domande sulla loro connessione con la chimica e la fisica, ovvero sull'effetto materiale che esercitano sulla realtà. Questo è un aspetto davvero molto interessante che mi sono trovata di fronte per la prima volta e ha contribuito in maniera decisiva alla verosimiglianza della storia: penso che chiunque di noi, cresciuto nel mondo fisico e abituato alle sue leggi, si farebbe domande simili a quelle che si pone Peter Grant se improvvisamente fosse in grando di produrre sfere di fuoco o scoprisse l'esistenza di fantasmi e vampiri (io di sicuro, anche se probabilmente non in termini di fisica e chimica così precisi).

Mi preoccupava l'origine di tutto quel potere. Non ero mai stato bravo come elettricista, per cui non sapevo quanta energia servisse per creare una luce magica, però sapevo che per far lievitare una mela sfidando la forza di gravità serviva la forza di un newton, che teoricamente impiega un joule di energia a secondo. Le leggi della termodinamica sono piuttosto precise sull'argomento e dicono che dal nulla non nasce nulla. Il che voleva dire che quel joule da qualche parte doveva pur arrivare, ma da dove?

Piccolo spoiler. Bella la sequenza, verso la fine del romanzo, dell'inseguimento nel tempo: il protagonista torna nell'epoca vittoriana e inizia un inseguimento durante il quale il tempo continua ad arretrare e Grant si trova a correre in una città che continua a cambiare attorno a lui con il variare delle epoche, fino a giungere all'età romana. Nulla di questo è approfondito: non è un romanzo sui viaggi nel tempo o che vuole perdersi in una ricostruzione storica (non che mi avrebbe fatto schifo, eh!) ma un poliziesco umoristico e quindi questa bella trovata viene poi ridimensionata dal ritorno alla trama principale: l'ho comunque molto apprezzata. 

Nel complesso ho trovato questo romanzo molto divertente e originale: sapete che adoro i polizieschi e trovarne uno mescolato al fantasy e che tra l'altro non si prende nemmeno troppo sul serio, mi ha mandato in brodo di giuggiole. Avrebbe potuto essere ancora migliore, forse, se ci si fosse addentrati un pò di più nella psicologia dei personaggi principali; è anche vero che avremo altri cinque libri di tempo per approfondirli e il romanzo funziona molto bene anche così. Purtroppo i prossimi volumi sono recuperabili solo in inglese in quanto mai tradotti: peccato, ma trattandosi di una storia autoconclusiva, anche fermandosi al primo volume vale la pena dargli una possibilità. Io ovviamente proseguirò.

♥ Questo libro fa per voi se... cercate un urban fantasy ben scritto, divertente e soprattutto senza smancerie.


Periodo di lettura: 03 - 13 gennaio 2016
Ambientazione: Inghilterra
La serie: #1 I fiumi di Londra - #2 Moon Over Soho - #3 Whisper Under Ground - #4 Broken Homes - #5 Foxglove Summer - #6 The Hanging Tree
Opere derivate: Rivers of London: Body Work - la graphic novel
Sfide: bookopoly reading challenge - esimio sconosciuto - sfida LGS - sfida LPS - scaffale traboccante

Io prima di te

Buona Epifania a tutti!! Cosa vi ha portato la Befana la scorsa notte? Oggi vi lascio la prima recensione dell'anno che riguarda un libro carino ma abbastanza deludente rispetto alle aspettative che mi ero creata: pensavo di trovare una piccola perla e invece mi sono dovuta ricredere.

(Me Before You)
di Jojo Moyes

Formato: Paperback, 481 pagine
Editore: Michael Joseph, 2012
Genere: Sentimentale
Data prima pubblicazione: 2012
Lettura n.: 01/2016
Preso da: Bookmooch (disponibile qui)


Voto: 7/10

Quando lui esce dal bagno lei è sveglia, appoggiata ai cuscini, e sta sfogliando i dépliant di viaggi che ha trovato sul comodino. Indossa una sua T-shirt e i lunghi capelli arruffati sono un chiaro richiamo alla notte precedente. L'uomo resta sulla porta ad assaporare il breve flashback, strofinandosi l'asciugamano sulla testa per asciugarsi i capelli.
(incipit)


✎ Il mio parere
Come scrivevo nell'introduzione sono partita davvero con le migliori intenzioni con questo romanzo nonostante fosse indiscutibilmente un "romance", genere che non amo particolarmente: la trama però mi aveva fatto pensare ad una storia profonda, che attraverso la situazione delicata che racconta (l'incontro tra una giovane donna che cerca una vita rassicurante e un uomo di successo bloccato su una sedia a rotelle a seguito di un gravissimo incidente che lo ha reso quasi del tutto paralizzato) mi avesse fatto provare tante emozioni diverse. Un po' alla "Pomodori Verdi Fritti" insomma.

Quella che ho trovato in "Io prima di te" (che ho indicato con il titolo in inglese perché durante la lettura ho alternato le due lingue, avendo l'italiano sul Kobo da leggere la sera e l'inglese in cartaceo che ho letto durante il giorno) è una storia molto piacevole, semplice e scorrevole che però non è riuscita ad emozionarmi. Credo che togliendo la trama potrei fare copia-incolla della recensione che avevo fatto a luglio su P.S. I Love You: sessanta pagine che, a causa della situazione tragica, sono per forza di cose più emozionanti (anche se nel romanzo della Ahern sono all'inizio e qui alla fine) e quattrocento in cui io personalmente sono rimasta completamente distaccata nel leggere una storia simpatica, scorrevole, in cui però non si va mai davvero fino in fondo; sembra banale ma, ad esempio, l'unico personaggio a cui non viene data voce è Will (tra l'altro come se fosse una beffa dell'autrice verso il suo protagonista maschile, visto che per tutto il romanzo si lamenta che le persone che lo circondano non si preoccupano di sapere cosa lui pensi o di cosa abbia bisogno realmente... la Moyes fa esattamente la stessa cosa). L'unico che attraverso il suo punto di vista avrebbe potuto davvero rendere il romanzo intenso e importante è anche l'unico a cui non viene dato spazio. Infatti oltre a Lou, che è la voce narrante principale, tutte le altre figure fondamentali hanno un capitolo a loro riservato; di solito sono poche pagine ma sia a Mr. Traynor che a Mrs. Traynor che a Nathan, l'infermiere, viene lasciato il proprio capitoletto privato in cui la vicenda viene narrata dal loro punto di vista. Will no. I suoi pensieri, le sue opinioni sono quasi sempre esposte da altri, se non in quelle rare volte in cui per qualche motivo ha uno sfogo e getta in faccia alla prima persona che si trova di fronte la propria frustrazione e la propria rabbia; Will è infatti estremamente riservato, tiene tutto dentro, e purtroppo la scelta di avere un narratore interno è gestita male perché non permette di avere accesso alle emozioni di tutti i personaggi, la cui descrizione rimane per forza di cose sempre legata alla sua esperienza diretta o indiretta. Giusto sul finale (le sessanta pagine di cui parlavo prima) Will finalmente si apre, ma ormai il romanzo è quasi terminato e per quanto esprima tutti i suoi sentimenti non c'è il tempo di interiorizzarli.

Faccio un altro paragone con il romanzo della Ahern (non riesco davvero a non metterli a confronto): se in "Io prima di te" il problema principale è una brutta gestione del narratore - che invece si sentiva meno in "PS I Love" in quanto la voce narrante era anche quella del personaggio più coinvolto emotivamente, e quindi mi permetteva di sentirmi coinvolta più facilmente - nel romanzo della Moyes non ho trovato quella fastidiosissima flessione verso la chick-lit che invece caratterizzava la seconda metà del libro della Ahern. Di questo sono stata davvero contenta perché ha reso la lettura sempre piacevole, senza personaggi inutilmente irritanti e senza situazioni inverosimili; certo, tutta la vicenda è molto cinematografica (e infatti uscirà a breve il film, non avevo dubbi) con le classiche situazioni da commedia romantica che nella vita vera non accadono mai, però queste sono inserite nella giusta quantità e senza troppe forzature, il che non mi ha infastidito.

Un altro appunto devo farlo verso due episodi che mi hanno lasciata un po' perplessa, più che altro perché li ho visti piuttosto inutili ai fini della trama e inseriti solo per creare un po' più di "dramma" (SPOILER: evidenziare per leggere). La prima è l'episodio dei giornalisti verso la fine del romanzo: tornata a casa dei genitori dopo il ritorno dalla vacanza conclusasi con la decisione di Will di farla finita comunque, improvvisamente i Clark si ritrovano assediati dalla stampa a cui è arrivata una soffiata, fatta - si scoprirà - da Patrick, che Will ha deciso di porre fine alla sua vita e che Lou è la sua ragazza. Questa scena è perfettamente inutile perché non ha alcuna conseguenza, né per la trama, né riguardo al rapporto tra i personaggi, né in nessun altro aspetto: che ci fosse o non ci fosse non sarebbe cambiato nulla e mi è sembrato un tentativo un po' "buttato lì" di far passare definitivamente Patrick dalla parte del torto, visto che fino a quel momento la sua unica colpa era stata quella di avere una passione diversa da quelle di Lou (portata a livelli un po' estremi ma che di certo non faceva di lui un personaggio negativo anzi, era comunque quello scaricato). Il secondo episodio è quello legato alla violenza subita da Lou durante l'adolescenza, anche questo totalmente inutile perché non ha avuto alcuna ripercussione su di lei se non verso la sua paura di entrare nel labirinto e l'aver cominciato a vestirsi come un clown; Louisa infatti attribuisce la causa della violenza al suo abbigliamento composto da minigonna e ballerine e all'aver dato troppa confidenza ai ragazzi che l'hanno poi violentata. Io personalmente immagino che la reazione più classica ad una situazione del genere sia quella di vestirsi in modo da non farsi notare; Louisa no, smette di portare la minigonna però va in giro con delle mise che la renderebbero individuabile a chilometri di distanza (come viene più volte sottolineato nel romanzo). Anche questa mi è sembrata quindi una forzatura per rendere il tutto ancora più drammatico.

Libro quindi molto leggero, a dispetto della trama, e un po' superficiale; è stato comunque piacevole leggerlo, soprattutto superata la metà, anche se sinceramente credo che lo dimenticherò abbastanza in fretta. Aspetto comunque la versione cinematografica che ritengo potrebbe essere meglio del romanzo.

♥ Questo libro fa per voi se... vi è piaciuto "P.S. I Love You" della Ahern e volete ritrovare le stesse sensazioni.


Periodo di lettura: 23 dicembre 2015 - 03 gennaio 2016
Ambientazione: Inghilterra
La serie: #1 Io prima di te - #2 Io dopo di te
Opere derivate: nel 2016 uscirà il film

Recensione: "Alta fedeltà"

(High Fidelity)
di Nick Hornby

Formato: Paperback, 253 pagine
Editore: Guanda, 1996
Genere: Narrativa varia
Data prima pubblicazione: 1995
Lettura n.: 38/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 5/10

Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico:
1) Alison Ashworth
2) Penny Hardwick
3) Jackie Allen
4) Charlie Nicholson
5) Sarah Kendrew
Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura? Ammetto che rientreresti tra le prime dieci, ma no c'è spazio per te tra le prime cinque; sono posti destinati a quel genere di umiliazioni e di strazi che tu semplicemente non sei in grado di appioppare. Questo forse suona più cattivo di quanto vorrei, ma il fatto è che noi siamo troppo cresciuti per rovinarci la vita a vicenda, e questo è un bene, non un male, per cui se non sei in classifica, non prenderla sul piano personale. Quei tempi sono passati, e che liberazione, cazzo; l'infelicità significava davvero qualcosa, allora. Adesso è solo una seccatura, un pò come avere il raffreddore o essere al verde. Se volevi veramente incasinarmi, dovevi arrivare prima.
incipit
Commento
La prossima volta sparatemi. Davvero, la prossima volta che mi lascio sfuggire l'intenzione di leggere un libro di Hornby qualcuno venga qui e mi leghi tipo Ulisse con le sirene finché non è passato il pericolo.

Ogni volta è la stessa storia: parto con la speranza che questa volta sia diverso e invece ci sono sempre i soliti cliché: protagonista maschile menefreghista che non vuole prendersi responsabilità, co-protagonista femminile depressa ma che raccoglie le simpatie del lettore, citazioni musicali a manetta (forse l'unica nota positiva)... che noia, ne leggi uno e li hai letti tutti! Nel caso di questo libro poi, questi cliché sono alla massima potenza e per di più non c'è nemmeno la co-protagonista femminile che permette di salvare un minimo la storia. Qui c'è solo un protagonista insipido, irrealistico (io di ragazzi/uomini così rimbecilliti non ne ho mai conosciuti), paranoico, finto, senza un minimo di carattere... come si fa ad amare un personaggio così? Non può essere nemmeno definito un perdente ma uno a cui la vita scivola addosso, uno che non lascia traccia. Ed è tremendamente irritante, lo definirei una Becky Blomwood al maschile: la quintessenza di tutti gli stereotipi maschili.

Ciò che ho apprezzato (ma non contribuisce minimamente ad aumentare il mio gradimento del libro) è l'atmosfera anni '90 e l'ambiente musicale in cui Hornby immerge tutti i suoi romanzi: tante citazioni, tante canzoni che non conoscevo e che ho scoperto ma sono comunque arrivata alla fine del romanzo rendendomi conto che non ha lasciato assolutamente nulla...


Lettura: 26 luglio - 03 agosto 2015
Ambientazione: Londra/Inghilterra

Recensione: "April Lady"

(tradotto: Rosa d'Aprile)
di Georgette Heyer

Formato: Ebook, 268 pagine
Editore: Sourcebooks Casablanca, 2012
Genere: Romanzo storico, romance
Data prima pubblicazione: 1957
Lettura n.: 30/2015
Preso da: Kobo store


Voto: 6/10

There was silence in the book-room, not the silence of intimacy but a silence fraught with tension. My lady’s blue eyes, staring across the desk into my lord’s cool gray ones, dropped to the pile of bills under his hand. Her fair head was hung, and her nervous hands clasped one another tightly. In spite of a modish (and very expensive) morning-dress of twilled French silk, and the smart crop achieved for her golden curls by the most fashionable coiffeur in London, she looked absurdly youthful, like a schoolgirl caught out in mischief. She was, in fact, not yet nineteen years old, and she had been married for nearly a year to the gentleman standing on the other side of the desk, and so steadily regarding her.
incipit
Commento
Approfitto di un viaggio di lavoro in treno per scrivere la mia recensione su questo romanzo che mi ha lasciato delle impressioni discordanti. Ho conosciuto il nome di Georgette Heyer grazie ai blog letterari legati a Jane Austen, scoprendo che questa prolifica autrice ha scritto ben 24 romanzi di genere romance ambientati nell’epoca della reggenza e 8 ambientate in epoca georgiana.
Sinceramente non sapevo bene cosa aspettarmi: la cosa che maggiormente temevo era di trovarmi di fronte a degli harmony ambientati nel periodo austeniano ma da questo punto di vista posso confermare con piacere di essere uscita dalla lettura pienamente soddisfatta e con la consapevolezza che il termine romance comprende davvero tantissime trame diverse.

La vicenda narrata in April Lady ruota attorno al classico equivoco del “lei ama lui ma pensa che lui non ami lei e viceversa” (avevo detto che non era un harmony, non che fosse una perla di originalità) e ha inizio a causa di un conto non pagato: Nell, che ha utilizzato tutto il denaro che mensilmente il marito le passa per i suoi acquisti per pagare i debiti di gioco di suo fratello, non ha il coraggio di rivelare il suo debito a Giles, temendo in tal modo di fargli credere di averlo sposato solo per i suoi soldi, e cerca in tutti i modi di saldare questo debito senza che il marito ne venga a conoscenza.

La trama è l’unica parte del romanzo a non essermi piaciuta molto in quanto non particolarmente brillante: i ragionamenti contorti di Nell e le sue angosce per quello che penserebbe il marito se scoprisse il conto non pagato occupano gran parte della storia e dopo un po’ annoiano. Il suo personaggio in generale non mi ha entusiasmato, come non sono rimasta colpita da quello del marito: li ho trovati un po’ troppo impostati e noiosi. Al contrario, quelli che salvano la situazione e rendono il romanzo un po’ meno piatto sono i personaggi secondari: Letty, sorella di Cardross e Dysart, fratello di Nell, che non fanno probabilmente un cervello in due ma per lo meno animano gli eventi e rendono la vita di quei pesantoni dei fratelli un po’ più movimentata.

Tutto un altro discorso riguarda l’ambientazione: fa-vo-lo-sa. Mi è piaciuto moltissimo tuffarmi nel mondo di queste lady tutte infiocchettate che trascorrono le loro giornate tra pettegolezzi, giri in carrozza, feste in maschera e spendendo i soldi dei mariti in stoffe, cappellini e abiti di ogni genere. Che meravigliosa superficialità! Non dico che mi piacerebbe essere al posto loro perché fanno veramente una vita di una noia mortale e soprattutto l’idea di dover chiedere la “paghetta” a mio marito anche a cinquant’anni mi fa venire l’orticaria, ma leggere delle loro vicissitudini e dei loro problemi inesistenti è divertentissimo.

Ho letto il romanzo in inglese e posso dire che non sia particolarmente complicato anche se utilizza molti termini dell’epoca, specialmente nei dialoghi, e di conseguenza a volte ho fatto un po’ fatica a cogliere determinate battute: la costruzione delle frasi è comunque in inglese contemporaneo e non ho trovato le stesse difficoltà che invece mi capita di incontrare nei romanzi di Jane Austen o di Dickens, dove a volte è proprio la struttura sintattica a darmi del filo da torcere. Dopotutto la Heyer ha scritto i suoi romanzi tra gli anni ’20 e ’70 del novecento, quindi era prevedibile che il sapore di antico lo avrebbe dato più l’ambientazione che non il linguaggio utilizzato.

In conclusione, nonostante non possa dare più di tre stelline a questo romanzo, sono convinta di voler leggere altro di questa autrice, spinta anche dal fatto che ho letto molti commenti delle sue lettrici più accanite su Goodreads o su aNobii in cui si parlava di questo libro come uno dei meno appassionanti e meno apprezzati.


Lettura: 23 aprile 2015 - 08 maggio 2015
Ambientazione: Londra/Inghilterra

Il figlio del cimitero


The Graveyard Book
di Neil Gaiman
C'era una mano nell'oscurità e impugnava un coltello.
Il coltello aveva un manico d'osso, lucido e nero, e una lama più sottile e affilata di un rasoio. Se ti avesse ferito, avresti anche potuto non accorgertene, non subito.
Il coltello aveva fatto quasi tutto ciò per cui era stato portato in quella casa; la lama era bagnata, e così il manico.
(incipit)
Il figlio del cimitero è un romanzo davvero molto carino. Ho scritto "carino" e non "bello" perchè l'ho trovato più ordinario e meno profondo rispetto a Coraline. Nonostante ciò è un libro che merita, sia per la storia che racconta, sia per come affronta un tema sempre difficile da trattare con bambini e ragazzi: la morte.

Nobody Owens è un bambino vivo che abita tra i morti: sfuggito per miracolo all'assassino che ha sterminato la sua famiglia quando era ancora piccolissimo, è stato salvato e cresciuto dagli abitanti del cimitero sulla collina, un luogo antichissimo dove da secoli nessuno viene più sepolto. Per proteggerlo dall'uomo che è ancora in giro a cercarlo, a Bod viene proibito di uscire dal cimitero; naturalmente crescendo Bod sente il bisogno di avere contatti con i suoi simili e soprattutto con altri ragazzi della sua età. Così vivrà tutta una serie di avventure dentro e fuori dal cimitero che lo porteranno a crescere.

Ciò che secondo me è mancato al romanzo è stata l'atmosfera cupa e inquietante che si respira in Coraline. In realtà forse sbaglio io ad aspettarmi qualcosa di simile: dopotutto Il figlio del cimitero è un romanzo diverso che ha altri punti di forza, come i personaggi simpatici, la curiosa convivenza di un vivo in mezzo ai morti, la parte avventurosa. In ogni caso il mio giudizio è del tutto positivo.

Il mio giudizio:


Formato: Hardcover
Pagine: 344
Edizione: Mondadori 2009 (2008)
Inizio lettura: 22 novembre 2013
Fine lettura: 25 novembre 2013
Lettura n.: 51/2013

Covers:
altre...